— Jakten 5.27
— Yggdrasil 4.15
— Finnmarken 4.21
— Fostersonen 6.28
— Munin 1.37
— Hel, Jag Vet Mig Väntar 7.26
— Hemkomst 5.40
Durata: 35:30

Attendevo questa uscita dal annuncio dello scorso anno, perché per la Cripta Forndom non è un artista qualsiasi, basta leggere la recensione realizzata per “Flykt”.
Per certi versi si ricollega pure al esordio, ma implentando almeno tre aspetti; la produzione sonora molto più pulita e definita, dove gli strumenti tradizionali traggono un enorme vantaggio e possono rilasciare quelle emanazioni lenitive tipiche delle culture arcaiche.
Secondo, una maggiore vocazione ritmica dove le percussioni si prendono la luce e la ribalta, accelerando per certi versi l’incedere solenne delle composizioni. In cui fuoriesce prepotentemente una vitalità selvaggia, a tratti rude e robusta, una scintilla che intende divampare nell’Anima che funge da innescatore per andare altrove.
Terzo, è un album certamente più vocale e cantato. Si percepisce certamente che questo lavoro è un inno, un omaggio, un ringraziamento al “Padre” come si evince dal titolo del album stesso.
Sì odono certi richiami alla vita, allo spirito nordico, al rapporto a volte conflittuale fra la durezza della terra e lo splendore di un ambiente che mantiene una linea selvaggia ed introspettiva.
In questo senso il lavoro di percussioni è stato fondamentale perché vanno a bilanciare i tipici tappeti sonori di cui Forndom è maestro.
Si intrecciano nello scorrere dei brani, visioni e condivisioni di sentimenti radicati nel profondo dell’artista, come una sorta (passatemi il modernismo per favore) di emozionante timelaps.
Il ritmo marziale iniziale in Jakten passa lentamente per quanto ricrei immediatamente un climax sospeso fra la morte e la terra. Ecco è la terra, le sue tradizioni, il suo spirito indomito, duro, severo, selvaggio, ma al contempo forgiatore, poetico, ricco di cromaticità e intenso che dona spessore a questo viaggio di ritorno e Fostersonen ne è un esempio fulgido e magnifico di quello che ho appena scritto.
Perché in Fapir e il suo abbagliante splendore ritroviamo un percorso a ritroso nello spazio e nel tempo, tutto in questo album è un crescendo verso l’ultimo immenso ed aureo brano, verso il “ritorno a casa”.
Hel, Jag Vet Mig Väntar e Hemkomst, si espandono inizialmente con il medesimo ritmo; ritmo che simboleggia la rinascita dopo la morte, morte che significa rinascita, morte simbolica e rigeneratrice, alternando Vita e Trapasso, come le nove notte nel campo dei caduti attraversato da Colui che Tutto conosce.
Per questo quest’ultima in particolar modo, apre definitivamente, spalanca, si libra apertamente, abbandonandosi in maniera incondizionata alla comunione con le proprie radici, con la propria vera cultura, unendosi con i propri Padri.
Per giungere alla pura commozione, ad un senso di riunione sacra ed indissolubile. Alla inequivocabile bellezza cantata che rende uno.
Tutto cresce tremendamente con gli ascolti per entrarti dentro e legarsi in maniera indissolubile.
Padre/Fapir/Odino, è tornare a casa.
Akh








