Dopo vari Demo, Ep e lo split con i Silberbach, questi finlandesi approdano all’esordio sulla lunga distanza, la lunga distanza diviene pure compositiva in quanto i due pezzi di “Marras” vanno entrambi oltre il quarto d’ora, per una totalita’ di quasi quaranta minuti.
La proposta che ci viene offerta è un BM di tipico stampo finlandese, che mai verte su ritmiche furiose, ma anzi trova il suo sfogo in arpeggi distorti e ritmiche midtempos oscure ed oppressive, l’esempio introduttivo della lunga “Marraskyyneleet” ne fa’ testimonianza, dove la voce di Corvus dei piu famosi Horna, si staglia aspra e tagliente.
Un brano che sa’ catturare l’attenzione per tutta la sua durata, merito di un buon songwriting, che alterna parti lente, a parti più ipnotiche e a veloci ripartenze (dove viene messa in risalto una buona doppia cassa e per quanto sporadica, crea il giusto mood) che si aprono su liquidi arpeggi in cui la glacialita’ nera di questo combo, si fa’ avanti.
Ottime le ripartenze con un riffing da plauso; riffing che sicuramente sa’ colpire a dovere, manifestando il buon sentimento di questi finnici, che a tratti mi hanno riportato a mente certi Katatonia maggiormente potenziati ed incattiviti.
“Mustan Usvan Kohdussa” è maggiormente riflessiva e dilatata, il giro iniziale si fa’ godere nel suo incedere lento ed ossessivo in cui un rantolante sussurro, vi indicherà quanto sia vacua l’esistenza e la sua genesi.
Un pezzo che vi rapira’, con la sua inesorabile e pachidermica solistica, dove la visione dell’oscurita’ nei confronti della vita, prende consistenza e forma, prima di uscire allo scoperto ed urlare tutta la sua rabbia e frustrazione, in cui le tinte grigie, si fanno piombo fuso, che vi attanagliera’ nel suo lento scorrimento e scorramento.
Un album che non inventa nulla, ma che dipinge tavole di un grigiore palpabile.
Per chi ama le fosche giornate autunnali, è un album su cui investire i propri ascolti.
1. Mushroom Cloud Solution 05:25 2. Cancer in the Fucking Womb 06:26 3. Sexually Transmitted Music 03:21
Durata:15:12
I Mortem Parto Humano sono uno dei progetti di Norden (alias Nachtzeit), gia’ piu’ famoso per Life Neglected, Hypothermia, Lustre; aiutato alla voce da Seb.
Il Demo in questione, viene inserito in quella frangia tecnologizzata del Industrial B.M., per cui Drum Machines, arrangiamenti freddi e secchi loops, ma non lisergici, in cui inserire le proprie idee.
I tre pezzi scorrono via velocemente e devo dire che la stoffa ci sarebbe per fare buone cose, anche il riffing dei primi due brani è oltremodo valido ed accattivante, la vera pecca consiste nella sua monotematicita’, ovvero un riff un pezzo (mi ha riportato a mente il suono dei Divizion S-187, con maggior classe, ma meno cybernetico), che per quanto ben arrangiato, necessiterebbe di una maggior dinamicita’.
La mia visione di tale opinione, perche’ ovviamente di tale si tratta, sta nella ricerca di un’ossessivita’ che possa incidere a fondo sull’ascoltatore, ma che a mio avviso manca il bersaglio; in quanto la produzione non è sufficientemente cinica e inumana, per ottenere tali risultati, con un riffing di chiarissima matrice melodica.
L’ultima canzone è un pezzo di pianoforte con ritmiche sincopate, che sciorina la validita’ di idee del gruppo, ma che evidenzia ancora il fatto che per reggere sulla lunga distanza, il gruppo la prossima volta dovra’ articolare maggiormente la propria proposta, o renderla piu inaccessibile; perche’ le peculiarita’ ci sono.
9.Sign Of Evil
Existence / The Era Of Satan Rising (Rotting Christ Cover / Thou Art Lord
Cover) 03:18
10.House Of War 04:42
11.Omega 00:50
Durata: 41:25
Che sorpresa!
Non sapevo di questa
reunion, ne’ tanto meno che dovesse uscire dopo due lustri un nuovo lavoro
degli svedesi Algaion.
Beh.. inutile dirlo
di nascosto, lo dicono pure loro stessi, sono gli svedesi piu’ greci del mondo,
sempre inclini ad ascoltare il “verbo” dei loro maestri Rotting
Christ; basta vedere il doppio omaggio che hanno deciso di rendere alla mitica
scena ellenica.
L’ingresso di Morten
Bjorkman alla voce (gia’ con gli Arditi) si fa’ notare immediatamente e sara’
la fiamma fulgida di tutto il disco, una prestazione vocale intensa e da paura,
su cui si innestano le potenti chitarre di Mathias Kamijo.
Anche in questo caso
a mio avviso è lampante il percorso a ritroso (anche il gruppo di Sakis Tolis
di fatto ha fatto qualche passo indietro strizzando l’occhio alle proprie
radici), infatti ci sono delle reminiscenze Black Metal (“That Time Is
Nigh” ne è l’esempio piu’ lampante) che ogni tanto affiorano, quindi
questo “Exthros” lo posso considerare benissimo un mix fra
“General Enmity” e il precedente “Vox Clamentis”, anche se
nel riffing si avverte maggiormente la scuola svedese rispetto al passato
(“This Is Our Temple” dall’incedere quasi MDM), mentre la batteria è
molto piu’ in linea con la tradizione sud europea, basti ascoltare l’utilizzo
della cassa per evincersene.
Generalmente i pezzi
girano molto bene con una maggior propensione alle melodie, ma irrobustite da
chitarre ritmiche che sono sicuramente piu’ incisive che nel precedente passato
trovando anche qualche giro piu’ cacthy, risultando piacevoli “Theos Tou
Aimatos” e “The Last Of Cursed Days” lo dimostrano ampiamente.
Non mancano anche
episodi piu’ spinti come la sopra citata “That Time Is Nigh”,
“We Are The Enemy” e “House Of War” in cui i nostri ci fanno
assaporare assalti che mai vanno in blast beat, ma che colpiscono pienamente il
bersaglio; molto affascinante pure l’introduzione “Alpha” esotica e
misteriosa allo stesso tempo.
Un ritorno che non mi
attendevo, si è trasformato in una graditissima sorpresa, certo non un lavoro
epocale, ma chi si era intristito per la sorte di questo glorioso combo rialzi
la testa, perché tirano fuori un gran bel disco di Melodic Black Metal, cattivo,
incisivo e variegato.
Gli Algaion sono
tornati e la conclusiva “Omega” non indica certamente la loro fine!
Beren E Tinuviel 0:00 Il Grigio Viandante 5:06 Tom Bombadil 8:30 Navadrom 12:14 Cuore Di Pietra 16:57 Il Volo Dell’Aquila 22.04 Il Profumo Del Tempo 26:11 Toni Il Matto 30:48 Seguo Il Sole 37:46 Il Vecchio Lupo 41:57 Nel Diario Di Maria 47:30 Sogni D’Oblio 51:34 In Viaggio Ancora 55:56 Lingalad 01:03:32
Durata: 63:32
Concerto dei Lingalad al Teatro Gonzaga di Ostiano (Cremona), registrato il 28 ottobre 2017.
I Lingalad (in linguaggio Sindarin significa “Il Canto degli Alberi”) sono ormai da anni una band di riferimento per tutta una nicchia di persone che alternano le loro passioni fra il mondo Fantasy di J.R.R. Tolkien, la Natura ed il rispetto dei suoi ecosistemi e il Folk Rock. Come spesso succede però le loro radici sono da ritrovarsi nella loro precedente incarnazione i Nemesi (già trattati a suo tempo dalla Cripta https://cryptofemotions.home.blog/…/nemesi-re-di-stracci-c…/ ) e quindi nel più classico modo Metal, da qui poi l’evoluzione sonora che li ha portati a suonare in giro per il mondo (Canada, Polonia, Belgio,ecc..).
Sicuramente da sottolineare come il signor Peter Jackson li abbia voluti a suonare alla presentazione della prima mondiale della “Compagnia dell’Anello”, insomma onorificenza che riporta il valore artistico della band in questione. Ma oggi i Lingalad da me spesso ribattezzati “I pastori di sogni”, decidono di dedicarsi ad impreziosire ulteriormente il proprio curriculum e discografia con un altro tassello magico. Un Live a Teatro.
Nella cornice intima e suggestiva del Teatro Gonzaga di Ostiano, i Lingalad si presentano nella loro vocazione più folk, riprendendo i loro grandi classici e rinverdendoli di nuovi arrangiamenti ritmici e armonici. Si se conoscente i Lingalad saprete come da qualche anno abbiano espresso la necessità di tornare a suonare in maniera più “sanguigna”, verace, grintosa, tralasciando l’aspetto più etereo degli strumenti antichi, ma acquisendo maggior dinamismo musicale, senza perdere una sola oncia di quella polvere di stelle che da sempre li contraddistingue.
Quello che ho appena affermato viene subito evidenziato dal trittico iniziale; “Beren e Tinuviel” commovente ballad dove il lavoro ritmico delle chitarre e le nuove armonie si fanno immediatamente apprezzare, donando al brano una brillantezza che sembra volerci portare a vedere le scintille di vita che albergano negli occhi della “giovane” ragazza elfica e di una delicatezza che ben si accorda alla robustezza ritmica che ben impersona le braccia nerborute di un fuggiasco Beren.
Le seguenti “Il Grigio Viandante” e la spensierata “Tom Bombadil”, confermano sicuramente la bontà di queste nuove rivisitazioni tenendo la platea in rapito ascolto(come accadrà per tutta la durata del Concerto), degna di nota la nuova chiusura al brano dedicato pellegrino Tom, dove un tempo di mazzurca dona una leggerezza ed una vena “popolare” e conviviale da farci sorridere a questo inaspettato e generoso abbraccio musicale.
Giuseppe a questo punto saluta la Terra di Mezzo per inoltrarsi profondamente nel suo grande amore; la Natura. Festa è un riconosciuto educatore ambientale, spesso autore di reportage sulla natura trasmessi dalla Rai, oltre che affermato scrittore di romanzi di carattere naturalistico da cui trarrà ispirazione per le canzoni “Nel Diario Di Maria” e “Sogni D’Oblio”; quindi con enorme competenza ci invita a seguirlo in questa passeggiata, ma prima ci invita ad un profondo momento di riflessione citando la lettera di Capo Seattle del 1853, momento sicuramente commovente e carico di pathos, arricchito ed alimentato dall’ottima performance di “Navadrom” dove protagonista assoluto è il magico flauto tanto caro a Giuseppe.
Si passa da qui in avanti a tutta una carrellata di classici storici dei Lingalad , che passano da “Cuore Di Pietra” e “Il Primo Volo Dell’Aquila” tratte dal bellissimo “Lo Spirito Delle Foglie”, a “Il Profumo Del Tempo” e “Toni Il Matto” che assieme a “Sogni D’Oblio” toccano i punti più drammatici della rappresentazione teatrale.
Si perché l’interazione fra uomo e Natura, è un tema caldo per Giuseppe, che segnala musicalmente toccando spesso aspetti scomodi o maggiormente critici di questo rapporto(sempre però col modo gentile dei Lingalad), in cui la Morte diviene figura e destino che si potrebbe spesso ritardare se si operasse scelte differenti o meno sconsiderate.
La musica “degli alberi” diviene un ora abbondante di ruscelli armonici, di vento fra le fronde illuminate dal sole del Nord Europa, i ricordi di un solitario lupo che ulula alla Luna, il caldo tepore del sottobosco ai primi d’Autunno quando i colori mutano al passo della stagione, e qui mi permetto di spezzare una lancia verso il lavoro di basso del buon Dario Canato, che riesce a tenere il legame fra le “acrobazie” ritmiche che tutto il gruppo snocciola con naturalezza e disinvoltura, arricchendo in maniera discreta di cromatismi delicati le strutture imbastite da Festa/Pierpaoli/D’Alessandro/Parato che regalano agli astanti molti camei inediti; tutto sospeso fra… sogno e sogno… .
L’atmosfera implementa questo abbraccio e la magia delle note ben si accomoda al contesto sospeso che questa rassegna teatrale dona a pubblico e musicisti, rendendo l’esecuzione un’esperienza viva e pulsante ricca di emozioni e complicità, sentimenti ricchi e ombre adornate da luci soffuse.
In questo momento il Canto degli Alberi si rende vivo, forte come gli Ent, delicato come la rugiada mattutina, morbido come un altopiano ricco di vaccinieti e brughiere, puro come il cielo terso, attento ed emozionante come le strofe di un ricco diario; ed è a questo punto che vorremmo che questa dimensione permanesse senza fine… come la Via appena sussurrata.
Ma i nostri amici già si riuniscono sul palco, si inchinano e salutano ridenti e soddisfatti, fortunatamente lasciandoci sulle nome della cristallina e soave “Lingalad” e con la promessa che questo legame si ricreerà ad ogni incontro. Ovviamente in attesa di questa prossima volta, torno ad ascoltare questa ricca pietra preziosa incastonata nel Teatro Gonzaga.
Se volete un consigli, vi apro l’uscio e vi spalanco la lucente platea… ora chiudete gli occhi e viaggiate sulle note che vi ho appena raccontato; troverete sicuramente di più di quanto sia riuscito a descrivervi, troverete “Il Canto Degli Alberi”.
Akh
Per poter ascoltare questo Live vi consiglio di contattare Lingalad o Giuseppe Festa per i canali digitali o al link video distribuito sopra.
Sul palco: Giuseppe Festa (voce, flauti) – Giorgio Parato (batteria) – Luca Pierpaoli (chitarra) – Giacomo D’Alessandro (chitarra, seconde voci) – Dario Canato (basso). – Riprese video di Filmaker Snc.
1.Canone Del Termine Del Tempo 2.Satyarth Parkash 3.Goldspermhumus 4.Samadhi Nirvikalpa 5.The Um – Lah Tiger, Devourer Of Void
DURATA: 60:01
Mi ritrovo oggi a proseguire quel complesso disegno che mi sono prefisso, con la parte centrale di una trilogia che ho presentato nel lavoro di TMK e che prosegue con l’esordio di Shabda (“Vibrazione”, intesa anche come movimento originale di Creazione), edito presso la prestigiosa Paradigms Recordings.
Cosa potrebbe spingere voi lettori a cercare Shabda?
La fortuna vuole che conosca Marco Castagnetto e Anna Airoldi, e possa vedere aperte le porte della Redhouse, il vero cuore pulsante di Shabda e delle sue emanazioni.
Il Cuore credo abbia una funzione fondamentale per illustrare “The Electric Bodhisattva”, il suo battere perpetuo, incontrollato, ritmico, la base per ogni movimento fisico che abbia un senso migratorio in altre dimensioni: mentre scrivo Anna ci accompagna col il sitar e una argentina pioggia tende a vivificare il verde del loro giardino. Da queste immagini esce germogliante “Canone Del Termine Del Tempo” con la sua partenza lenta in un soffuso crescendo acustico, fino all’esplosione elettrico-ritmica che diviene energia materializzata.
Il progetto verte indissolubilmente dentro l’idea che lo sostiene, ogni secondo è vissuto, ogni nota ha vita e senso propri in quanto facente parte di questo insieme ed è parte di questa natura; “Satyarth Parkash” è un viaggio interiore nello spirito che i pionieri indiani hanno indicato già millenni fa, è un battito, è l’illuminazione, è la manifestazione della Luce dentro un corpo libero dai compromessi quotidiani.
Le statue ci osservano, il legno della Redhouse ci protegge, le piantine emanano una essenza gioiosa nella loro “staticità”. Ecco un altro segreto svelato di questo lavoro: l’approccio mantrico insito, le ritmiche persistenti, i riflessi degli strumenti etnici, le energie che vengono veicolate nelle onde sonore sono l’ingresso a una “nuova” parte di se stessi, a una natura che esiste da sempre e che sempre esisterà indipendente da noi e dalla nostra coscienza.
La natura svelata a colui che seguirà “Samadhi Nirvikalpa” nel suo incedere percussivo liturgico ricorda in maniera molto forte il suono che produce l’apertura del fiore di Loto, un suono impercettibile ai più probabilmente, ma che in un altro piano dimensionale ha lo stesso impatto che profonde la manifestazione del Fulmine e la generazione del Tuono. Ogni vibrazione ci accoglie a braccia aperte (“The Um – Lah Tiger, Devourer Of Void”), ci illustra una differente modalità di percezione, ogni sonaglino, ogni cameo elettronico, ogni pizzico di corda tende a creare un’onda generatrice, un’emanazione di Sé.
Questo album è un netto salto avanti nella costruzione di quel Tempio che alberga nell’Uomo; Shabda trascende il corpo, trascende la Morte, trascende l’Uomo, trascende se stessa; è “Stasi”. Come ci viene indicato però “Stasi è un aspetto dinamico del Suono”
Aprite le vostre sinapsi, allargate i vostri orizzonti, sentite le pulsazioni nei vasi sanguigni, squarciate il velo di Maya e abbracciate questo “The Electric Bodhisattva” con il vuoto nella mente, potremmo ritrovarci tutti all’interno della Redhouse.
I giovani catanesi
Arcanum Inferi escono fuori con il primo demo composto da tre pezzi ben fatti
ed arrangiati.
Cio’ che vi troverete
fra le mani è un buon Black Metal di stampo classico, dalla registrazione
ruvida ma con una linea melodica al centro delle composizioni, melodia che
rimane comunque sempre in tensione senza scadere nel melenso e che mai va a
sfociare nel “Melodic Black Metal”.
Il riffing è
veramente buono e nonostante il taglio grezzo dei suoni (seppur tutti gli
strumenti siano distinguibilissimi e ben equilibrati fra loro) mi torna in
mente certa Svezia, complice del fatto che la voce di Baram mi ricorda il
timbro di Dan-Ola Persson dei Cardinal Sin (gruppo che meritava sicuramente
altre attenzioni); comunque senza inventare niente di nuovo gli Arcanum Inferi
sfornano tre brani validi, incisivi e ben suonati, che si fanno apprezzare per
l’onesta’ e per l’impeto viscerale emanato, basta “Caput Mortuum” per
capire di che pasta è fatto questo demo.
Se dovessi fare un
altro nome per rendere meglio identificabile la loro proposta li affiancherei
ai Nattfog o i nostrani Umbra Noctis (ma senza reminiscenze italiche nel
suono).
I titoli dei testi si
rifanno prevalentemente a operazioni ed ingredienti legati alla grande Opera
Alchemica, cio mostra un gruppo che ha voglia di esplorare sia musicalmente che
liricamente il vasto mare delle Arti esoteriche.
I ritmi del demo
sanno alternarsi a seconda dello stato emotivo del pezzo e riescono nel compito
di tenere alta l’attenzione (un plauso va a Frozen che ha anche personalmente
registrato i brani), mettendo in risalto il buon lavoro di chitarra e basso,
che a volte strizzano leggermente l’occhio a riferimenti della primissima
N.W.O.B.H.M. (come nel caso di” V.I.T.R.I.O.L.”), ma rimane comunque
un influenza lievissima che ben si amalgama con il respiro dato dal gruppo.
Attenderò questo
gruppo con un lavoro piu’ sostanzioso, ma la prova è convincente e pone il
gruppo su una strada, che se percorsa fino in fondo potra’ rivelarsi proficua e
fautrice di soddisfazioni.
Il demo è ascoltabile
anche dal canale You Tube del gruppo,ma ne farei richiesta esplicita anche alla
band.
– Idola 0.25 – Gia’ Non Hai Eroi 4.06 – Fuoco O Cenere 4.55 – Quante Storie 3.48 – Vero Boia 4.33 – Ombre 3.27 – Re Di Stracci 6.57 – Il Grande Volo 4.28 – Solo Con Me 4.19 – Salto Nel Buio 4.04 – Un’Altra Volta 2.43
Durata:43.53
A volte con la Cripta andiamo a ripescare album che per un verso o l’altro fanno parte del passato; chi preferisce il lavoro che ha saputo esprimere situazioni intense, chi giustamente torna ad omaggiare certi capolavori sempre verdi, a volte come in questo caso vorrei omaggiare il lavoro nascosto di cinque ragazzi milanesi, dove in un’epoca in cui H.M. di stampo classico se lo filavano in quattro gatti, facevano uscire questo “Re Di Stracci” sfidando critiche e giudizi, fieri di suonare Metallo.
La cosa curiosa è, che dai Nemesi sia uscita poi l’ossatura base per i futuri Lingalad (realta’ nazionale fra i cultori del folk/rock, unica band italiana a presenziare sul palco alla prima mondiale della trilogia de”Il Signore Degli Anelli” di P.Jackson), di cui Festa, Parato e Ardizzone hanno raccolto gli elogi per mezzo mondo.
L’introduzione è assai suggestiva pare come l’iniziazione rituale in cui i nostri ci spalanchino le porte alla loro dimensione, dove il cuore pulsante e sonagli, fanno comprendere immediatamente che questo lavoro è vivo, figlio di una rabbia poetica che si ha in un certo periodo della propria vita. Infatti la seguente “Gia’ Non Hai Eroi” si rivela immediatamente come un urlo di rottura e frustrazione sociale, in cui Giuseppe “Aaron” Festa grida tutta la sua rabbia (coraggiosamente tutti i testi sono redatti e cantati in italiano, acquisendo valore in quanto perlustrano varie tematica, dal sociale, alle problematiche post adolescenziali o di vita quotidiana).
A tratti si avvertono richiami di certi Iron Maiden sia per impostazione vocale che in certa struttura del riffing, ma sempre rimanendo su soluzioni personali che mai fanno presupporre ad un’idolatria indefessa (come molto spesso altre situazioni commettono).
La produzione è ottima (forse solo la chitarra poteva essere messa piu’ in evidenza in certi frangenti piu’ battaglieri) se teniamo conto dell’anno in cui i nostri si muovevano e la risicata visibilita’ che avevano.
Tutti gli strumenti hanno il giusto risalto e completano alla perfezione le varie strutture dei brani con validissimi arrangiamenti, seppur senza mai cadere nella trappola del tecnicismo fine a se stesso, ma anzi relegando il tutto con una sensibilità melodica che si piega alla validita’ dei brani, come è nel caso di “Fuoco O Cenere” dove vi ritroverete a cantare a squarciagola il ritornello assieme a Festa oppure la danzereccia e godibile “Quante Storie” che unisce sorprendentemente dosi di metallo e chitarra acustica ad un ritmo quasi latino americano.
Con “Vero Boia” torna alla carica il piu’ puro H.M. dove Parato fa sentire che oltre alle ottime dinamiche di batteria sa anche picchiare duro, andando a sfiorare soluzioni Speed Metal, per quello che risultera’ la canzone piu’ agguerrita del cd. “Ombre” è una splendida ballata, struggente, suggestiva in cui risalta tutta la poesia che i Nemesi sapevano tradurre in sensazioni musicali, la delicatezza acustica di questo pezzo va’ di pari passo con la tristezza del suo messaggio, cui sicuramente verrete rapiti, altro pezzo che vi ritroverete a cantare con commozione.
“Il Grande Volo” ha invece al suo interno venature ed accenni epici (come non notare e “scapocciare” con le cavalcate realizzate dal sempre ottimo Montel o dalle preziose tastiere di Matteo Oldani), altra canzone emotiva ed emozionante in cui i Nemesi alzano il vessillo del Metallo; per poi rigettarsi in una power ballad di altri tempi, in cui vi ribollera’ il sangue la chitarra acustica il pianoforte e le linee di basso di Ardizzone vi intrappoleranno sicuramente il cuore.
Le seguenti “Salto Nel Buio” e “Un’Altra Volta” completano degnamente un lavoro che ho trovato superbo; detto da uno che non mastica certamente questo tipo di soluzioni musicali, puo’ essere considerato un buon apprezzamento.
In definitiva segnatevi Nemesi e se avete la fortuna di trovarvelo davanti, non lasciatevi sfuggire questo lavoro, in quanto la vostra collezione acquisira’ un pezzo di un certo valore (vista la sua rarita’), ma soprattutto perchè l’ho trovato veramente un piccolo e misconosciuto gioiellino metallico, vero ed emozionante.
Da una
costola dei disciolti Zorndyke, putrida escrescenza Death Metal di cui la
Cripta vi ha già parlato, vengono espulsi questi Ratbag.
Si continua
a guardare indietro nel tempo, si continua a marcare il territori con volgarità
ed obiezione, si pende verso il degrado sonoro e non, si cambia pelle e suoni.
Si perché i
Ratbag abbandonano i lidi Metal per infognarsi letteralmente nel peggior Punk
Rock di quello duro e spigoloso!
Se seguite le vicende segnalate, ricorderete certamente di come la ricerca musicale degli Zorndyke li avesse condotti alle radici del genere sconfinando nel “Proto Death Metal” o addirittura nel Crust, Beh, questo potrebbe essere il motivo perf cui questa scheggia si sposti ulteriormente indietro arrivando a razzolare in territori Punk ai limiti del H.C per violenza e ferocia energetica.
Questi tre
scavezzacollo, hanno implementato la loro natura, portandola ai limiti
dell’inciviltà, del rozzo, dello sgarbato, del duro dentro. Ai limiti di centri
occupati, di bar di periferia, di quelle periferie dissociate, piene di
disocupazione, rifiuti, reietti, vetri
di bottiglie vuote, di vomito, di discount dal poco valore e merda sui marciapiedi.
Da qui,
partono le loro note, per vedere in maniera disincantata cosa e dove la nostra
cara società “civilizzata” ci
ha condotto e insegnato a sopportare, fino al paradosso stesso del suo
supporto. In questo caso è emblematico il loro Ep digitale “Nothing To Celebrate”
( https://comuneratbag.bandcamp.com/releases ), che è pure un
apripista del disco.
Lo spirito
che pervade il cd, mi ha ricondotto immediatamente nella Londra sovversiva di
fine anni ’70, soprattutto nel modo di suonare del basso,ascoltare il vero
colante in tutto il disco con il genere espresso; si perche il punk suonato in
questione è di quelli robusti, vitaminici, ad altissimo wattaggio, ed in questo
senso la produzione della chitarra prende spunto più dal H.C. e anche da
reminiscenze Metal giusto per indurire ulteriormente il tutto.
Escono
fuori undici brani di pura dinamite, perversi, maleducati e ignoranti, di
quell’arroganza perversa con cui G.G.
Allin incendiava i palchi e la inquadrata opinione pubblica “Beat Her
& Fuck Him” o “Frozen Cock” oppure “B-Side
Suicide” (che verrà naturale da cantare a squarcia gola e pogare
frenatamente) ne sono un fulgido esempio.
Si passa in rassegna ogni genere di porcate e merdate, dalla pornografia, al omosessualità, alle varie perversioni sessuali di ogni tipo per giungere alla “sana” pedofiia. Ecco il percche di questo schifo, ecco perche il Punk è molesto, perche riveste il suo sdegno in maniera che i “benpensanti” possano subire a loro volta un pò di quel imbarazzo, di quello schifo, di quel prodotto che solo certi “emarginati” sanno ed hanno il coraggio di vedere e vomitarti addosso assieme a litri di pessimo alcool, che sono portati ad ingerire per anestetizzare il loro sdegno. Per questo motivo i Punk ed i Ratbag sono iconoclasta ed irriverenti.
Come giustamente ci viene sottolineato da Andras Totobén: “Al di là della dimensione prettamente musicale, osservando anche il profilo “estetico” della produzione personalmente ho apprezzato l’omaggio ai Devo nella scelta del titolo (v. “Oh no! It’s Devo!”) e nella canzone “The Mongoloid Experience” (v. “Mongoloid”). Sono dei riferimenti che mi son saltati subito all’occhio, e per quanto magari non si tratti della chiave di volta di questo prodotto, mi è comunque sembrato doveroso segnalarli”.
La cosa
affascinante di questi tre piccoli “bastardi” che danno di Bastardi a
tutti i puritani e perbenisti, è che lo fanno rudemente, con pezzi come
“Torso” o “Woman Power” energici a dismisura, i Ratbag
urlano, urlano forte, fortissimo, picchiano e anche qui picchiano per far male,
tanto dal farmi pensare che i live dei Ratbag siano un gran bel massacro!
Canzoni corte ridotte al osso, tutte dritte in faccia, tempi da scapocciamento,
energia, sudore, moccoli a random, birra da quattro soldi e tanto
divertimento.
Si i
Ratbag, dopo tutto quello che ho scritto, ci insegnano a menare le mani, ma
divertendosi, ridendo fra i denti, dicendoti si amare verità, ma dandoti una sana pacca sulle spalle come
succede virtualmente in “Megafreaks” o “The Mongoloid
Experience”, insomma se i Sex Pistols e Allin vi mancano (con piccole
spruzzate dei The Clash risvegliati nella rocheggiante “I Fuck
Children”), avrete di cui star contenti, qui troverete gente da
“apprezzare” o di cui esser “indignati” a seconda del
vostro maledetto ego.
Per quanto
mi riguarda un bel centro, un pacchetto inizialmente non facile da gestire, per
essere convinti completamente col passare degli ascolti, maledettamente
coinvolgenti e deliranti… proprio di quel delirio schifoso cui questa
“società educata” ci sta conducendo.
Per questo a
mio avviso il cd si merita il bollino certificato e garantito di Dirty &
Rotten al 100%
Dopo questi
24 minuti, a tutto questo rispondo con un fragrante e fragoroso:
..quale momento migliore per celebrare assieme alla Cripta! Il passaggio al nuovo anno (inteso come celtico), come accade spesso porta un varco fra le dimensioni, per questo spiriti, anime e larve psichiche si inoltrano nel mondo cercando il contatto coi viventi. Creando leggende e racconti dal gusto ultraterreno oltre che incontri inquietanti.
Buon Samhain a tutti quanti… anime dannate e non!!!
Giusto per goderne a pieno consiglio i Carach Angren…
Eccomi a parlare dei fiorentini Cryogen, gruppo che gia si è saputo far notare con il demo “A Floating Materia” con ottimi responsi da parte di pubblico e critica.
I Cryogen sfornano un mcd in cui si puo’ notare il netto salto di qualita’ del songwriting dei brani, pezzi in cui parti atmosferiche lasciano posto a rallentamenti o a fulminanti ripartenze, in cui molto spesso ci si puo’ ritrovare abbracciati a cambi di tempo, che rendono sospesa la canzone.
I nostri ci affrontano con un Death Metal di stampo sinfonico, variegato e fresco (peccato che la produzione non sia il massimo e penalizzi forse la componente piu’ aggressiva del gruppo, relegando le chiatarre fruitrici di melodicita’, ma deficitando invece nelle parti piu’ d’assalto, anche se nel 95e.v.,certo non si brillava per mezzi di registrazione soprattutto a livelli underground).
Splendido affresco ed esempio lo si riscontra nell’iniziale “Multidimensional Embrace” vero cavallo di battaglia del combo gigliato, dove chitarre svedeseggianti (impossibile a tratti non sentire l’influenza dei primi Dark Tranquillity epoca Skydancer) si intrecciano e si rincorrono per tutta la durata del brano (da parte dei bravi Niccolo’ e Filippo), su cui troneggia la profondissima voce di Matteo Bennici che svolge un ottima prestazione pure al basso seppur questo strumento sia abbastanza penalizzato in quetsa sede.
Le tastiere svolgono un lavoro di arrangiamento egregio in quanto presenti ma mai invadenti e la batteria gira dinamica come altrimenti non potrebbe essere dato il continuo agitarsi dei pezzi.
Altro pezzo degno di menzione è “The Innermost Thought ” con il suo flusso che va a pescare sempre da una Svezia ma in chiave assolutamente personale, rallentamenti che si aprono in fraseggi accostati ad arpeggi e a controtempi in cui si capisce che i Cryogen non siano degli sprovveduti, ma mettano la loro conoscenza strumentale a disposizione del sentimento e dell’armonia anche nei momenti piu’ spinti (e non sono pochi).
Tutto il lavoro si fa’ piu’ che godere, anche perche questo genere musicale non è assolutamente semplice da elaborare ed i nostri ci riescono con personalita’ ed intelligenza senza soffocare la loro rabbia ed aggressivita’.
L’unico neo sta in una produzione non sempre all’altezza dei pezzi e forse di alcune sbavature, che comunque non intaccano minimamente le visioni musicali che questo mcd ci ha saputo donare.
Piccola pietra miliare di una florida scena (quella fiorentina) che in quegli anni ha saputo fare grandissime cose, il passato non si dimentica!