Fad’z Klaus – FZK ( Demo Cassetta – Autoprodotto – 1991e.v.)

1-Light Years
2-Have You Ever?
3-Dark Seeds
4-Light Years (live)* – Bonus Track
5-Have You Ever (Live)* – Bonus track

Durata: 12.52

Chi di voi vecchi metallari non conosceva un gruppo di giovani amici che aveva tirato su una band?
Chi non ne è rimasto affascinato, dal suono degli ampli in uno scantinato, dal sudore e dalle risate per i brani che non tornavano, ma che comunque avevano un incredibile charme, chi non ha desiderato ardentemente che riuscissero a tirar fuori quei brani e che fossero trasformati nella fatidica demo cassetta?

Beh… sono stato un giovane metallaro pure io e per me quel gruppo erano i Fad’z Klaus; un nome che dira’ qualcosa a veramente troppa poca gente, eppure anche a distanza di quasi venti anni i loro pezzi toccano corde della mia sensibilita’ ancora fresche, sara’ perche’ gli volevo un gran bene, sara’ perche’ Cesare (Nuzzi – Chitarra ritmica,Basso e Voce) e Alex (Scaturro- Chitarra Ritmica e Solista) avevano un talento esagerato, sara’ perche’ riuscire a miscelare Carcass, Confessor, Metallica, Megadeth, e udite udite… Voivod, in chiave estremamente personale e alternativa non è roba che mi è capitato di ascoltare spesso nei seguenti lustri…

Apre il demo la leggendaria “Light Years” con il suo giro di basso che rimane scolpito in mente immediatamente per la sua fluidita’ acida su cui si appoggiano le robuste asce, la drum machine(e si… questi signorini erano avanti anni luce alla faccia dei poverini metallini dell’epoca) picchia durissima e nonostante la spigolosita’ dello strumento hanno passaggi dinamici variegati e ricchi di sfumature, la doppia cassa ha dei disturbi di distorsione per quanto è stata spinta (ma ricordiamoci che questa è l’era del rinomato Tascam 4 tracks e del doppiaggio allo stereo) ma il godimento è assicurato comunque.


Il riffing è acido sia in certi accordi che nelle melodie scelte in chiave solista ma pur un gusto al limite dell’astrale (cosa assolutamente inusuale per il Thrash ) ma al contempo serrato e violento, fino allo sprigionarsi di breaks arpeggiati ricchi di tensione, e nervosismo che erano la base per le ripartenze ritmiche del gruppo, su cui tornare a scuotere forte i nostri capoccioni.


La seguente “Have You Ever?” tende a ribadire il concetto su cui i nostri giocano ovvero asprita’ e dinamismo ritmico a disposizione di un Thrash al fulmicote in cui la potenza dei ‘tallica, si va ad unire ai Megadeth piu’ aspri ed ai visionari Voivod, fra stop and go azzeccatissimi, fino allo sfociare nello splendido lead di Alex di ispirazione friedmaniana.


L’ultima “Dark Seeds” è il pezzo piu’ peso della tape pur mantenendo lo stile inconfondibile dei Fad’z Klaus, un minuto e quaranta di energia in cui tirar fuori gli ultimi sprazzi di adrenalina.

Il peccato vero’ è che non siano state inserite le vecchie canzoni come ad esempio la stupenda “Herrenrasse” ma che siano state riproposte solamente le tre songs in questione lasciando indietro anche la “nuova” (Acquafresh) in cui lo spirito voivodiano epoca “Angel Rat” è aumentato ulteriormente arrivando quasi ad essere psichedelica.


Le due bonus tracks, ci portano nel garage prove del gruppo (il mitico Lab!!!) dove oltre alla versione totalmente umana della batteria troviamo finalmente la voce di Cesare tagliente al punto dal sembrare quasi flangherata, aumentando la sospensione visionaria delle canzoni, come assistere musicalmente al “Pasto Nudo” di Burroghs.

Una cassetta che mi venne regalata dal gruppo in persona alla mia partenza per la naja, cosa c’è di strano?


È una cassetta demo che non è mai uscita e i Fad’z Klaus non hanno mai visto attribuirsi gli elogi che meritavano piu’ che abbondantemente, per la loro proposta fuori dagli schemi eppur restando maledettamente metallici e duri.


Se fossi in voi cercherei di contattare Cesare il vero leader e cuore pulsante del gruppo, e lo inviterei a ritrovare quelle cassettine e trasformarle in files da condividere; questo perche’ i Fad’z Klaus avevano (e secondo me hanno tuttora) tutte le carte in tavola per non essere solamente un personale culto, ma un culto per tutti.

Un nome nel cuore: Fad’z Klaus

Akh

P.s. La qualità del suono è pessima,ma la carica dei pezzi è rimasta inalterata – Fzk Demo 1991e.v. https://www.youtube.com/watch?v=0FtMMzLWDLc

Slayer – South Of Heaven (cd Def Jam 1988e.v.)

1. South Of Heaven

2. Silent Scream  

3. Live Undead

4. Behind The Crooked Cross  

5. Mandatory Suicide

6. Ghosts Of War  

7. Read Between The Lies

8. Cleanse The Soul

9. Dissident Aggressor (Judas Priest Cover)

10. Spill The Blood

Durata: 36:54

Inutile girarsi attorno aspetto questo disco degli Slayer in febbricitante attesa, da appena ho letto nelle riviste specializzate che erano pronti a registrare in studio, perchè per me gli Slayer (a prescindere dalla brutalità dell’esordio dei Possessed) sono il Death Metal!!!

Dopo quel massacro sonoro che è stato “Reign                In Blood” la mia vita non è stata più la stessa e quindi l’attesa per questo “South Of Heaven” è altissima ed il puzzo di zolfo trasuda immediatamente pure dal suggestivo titolo oltre che dalla azzeccatissima copertina.

Infiliamo il disco su piatto, caliamo la puntina… e vengo letteralmente investito da un riff tetrissimo, una scala di note lugubri mi acchiappa immediatamente per scaraventarmi all’Inferno; il ritmo è un pò sotto misura rispetto a R.I.B ma la malignità dei californiani si è espansa a dismisura, forse riavvicinandosi maggiormente al D.M. di “Hell Awaits”!!!

Araya è il solito demone che squarcia la sua ugola, mentre le asce di Hanneman e King macinano riff granitici affrescando un inferno sonoro maiuscolo, su cui Lombardo impreziosisce con partiture di batteria ricche e ricche di pathos con inserimenti di doppia cassa fulminanti ad accompagnare le ritmiche schiacciasassi che i quattro alfieri della morte rilasciano per tutta la durata dell’album.

Potenza, perizia tecnica, devastazione, insanità e gusto per l’estremo, questo continuano ad essere gli Slayer di “South Of Heaven” i solos sono malati e ricchi di feedback e vibrati e la scuola solista sta facendosi sempre più campo divenendo una vera scuola per tutti quei demoni voraci di suoni saturi e al limite dell’umano.

Il filotto snocciolato di “Silent  Scream”, “Live Undead” (titolo già utilizzato per il celeberrimo mini live), e “Behind The Crooked Cross” ci dimostrano che lo stato di salute del gruppo è massimale e che anche in questo caso i californiani non hanno nessuna intenzione di abdicare, e fra urla laceranti e pennate assassine si giunge alla fine di lato con una superba “Mandatory Suicide” con il suo incedere morboso (il finale è da massacro e delirio) e trita vertebre realizzando il non facile compito di fare cinque centri in cinque pezzi; sono esaltato e credo che il girare il piatto non potrà che favorire questo stato di cose.

Si riparte con “Ghost Of War” che è il perfetto proseguo della pluri celebrata “Chemical Warfare” in cui tornano a pestare giù di brutto; le chitarre sono affilate come baionette puntate alla gola, le tetre melodie che ne fuoriescono sovente, hanno l’alone mortifero in cui ci si sente come fantasmi deliranti, come morti camminati e il riflesso della Falce Scura è pregnante in ogni nota.

L’enfasi con cui attaccano le nostre menti fanno impressione, la schizofrenia rilasciata dalla coppia King Hanneman non ha eguali al mondo, la classe cristallina di Dave Lombardo non accenna ad affievolirsi; continuando a divenire il polo d’attrazione per tutti i malati della musica più marcia e maligna mai esistita.

Non si percepisce il minimo calo, le vibrazioni rilasciate da “Read Between The Lies” e da “Cleanse The Soul” già hanno l’incedere dei grandi classici del combo; i gironi danteschi espressi in musica, le visioni di Bosch (di cui si intravedono dei particolari nelle orbite della copertina) realizzate con strumentazioni elettrica, il coronamento dell’enfasi demoniaca viene espressa all’interno di questo platter; tralasciando la cover (omaggio alla leggenda del metal Judas Prist), preferisco incentrare la mia attenzione su quel capolavoro che è “Spill The Blood”, atmosfera macabra, ispirazione, genialità, violenza, perversione, il tutto rinchiuso nelle deliranti vocals di Tom Araya; su cui l’Angelo della Morte può banchettare con le ossa spolpate della mia carcassa che offro in sacrificio assieme al mio sangue!!!

Gli Slayer sono tornati!!!

I demoni degli inferi banchetteranno con le vostre anime e voi gli renderete omaggio.

Inchinatevi davanti al loro trono; Inchinatevi ai signori indiscussi del Death Metal, ai signori indiscussi della Morte.  

Akh

Funeral Mist – Maranatha(2009e.v. Norma Evangelium Diaboli

1.Sword of Faith 04:34
2.White Stone 04:13
3.Jesus Saves! 08:12
4.A New Light 04:51
5.Blessed Curse 11:53
6.Living Temples 06:28
7.Anathema Maranatha 06:10
8.Anti-Flesh Nimbus 07:14

Durata: 53:33

Dopo sei anni dal precedente “Salvation”, arriva questo “Maranatha”, ovvero “Vieni O Signore”. Una copertina decadente ed apocalittica ci apre le porte agli otto pezzi dell’oscuro cantore Arioch.

Tutti i brani si alzano a veri e propri inni per la venuta del “Signore”, a proprie invocazioni per far si’ che il mondo si rispecchi nella “Nuova Luce” emanata da colui che non viene devotamente chiamato, se non che in alcuni casi come “DIO”.

L’album non è di facilissimo ascolto, è un mantra che deve crescere e solo lentamente, quando si è pronti a divenirne ricettacolo, si potra’ comprendere la grandezza e lo splendore cui viene reso omaggio con questi “ponti”.
Musicalmente il disco è molto piu variegato del suo fortunato predecessore e come detto per capirne maggiormente il senso lo si deve lasciar crescere, si deve carpirne le sfumature fatte di arrangiamenti intelligenti e totalmente devoti.

I brani alternano prestazioni al fulmicotone (vedesi l’iniziale “Sword Of Faith”), a stacchi mortiferi con ripartenze ferali, in cui molte volte si percepisce
la voglia di avvento, che questo disco sprizza da tutte le parti. Gli arrangiamenti passano dal solenne al liturgico, allo spirituale ed intimo (ne sono esempi le eccellenti “Living Temples” e la conclusiva “Anti-Flesh Nimbus”), disdegnando sempre chi non ha la competenza di cogliere tali sfaccettature, “Blessed Curse” ne potrebbe essere l’esempio principe.

Ogni canzone ha dei picchi qualitativi per cui vale la pena soffermarsi a riflettere, per cui merita ascoltare. Il riffing non è mai banale o scontato, anzi la buona produzione ne eleva la bonta’, spesso mettendo a confronto vari livelli di volume in maniera da evidenziare la struttura dei pezzi.

Un album discusso e che fa discutere, specialmente fra chi è d’abitudine fruire di musica come passatempo, ma questo non è un lavoro fatto per diletto, è un’ invocazione e chi ne attende la venuta tramite il proprio corpo e le proprie vene, coloro non potranno rimanere impassibili davanti a tutto cio’.

Akh

Ulver – Teachings In Silence (CD 2002e.v. Jester Records)

1. Silence Teaches You How to Sing 24:05 
2. Darling Didn’t We Kill You? 08:52 
3. Speak Dead Speaker 09:33 
4. Not Saved 10:29 

Durata: 52:59 

Chi non conosce gli Ulver?

Chi non conosce il loro approccio musicale?

Chi non conosce la loro attitudine che li ha portati ad abiurare il Black Metal perchè trovato di fatto ad essere divenuto un genere omologato ed incline al piacere di una certa massa?

Chi non conosce la versatilità istrionica di Garm?

Chi non conosce il loro lato sperimentale ed introverso?

Chi non conosce il lato notturno degli Ulver?

Chi non conosce la loro volonta di allontanarsi dagli stereotipi e dal riciclaggio di se stessi?

Ovviamente tutti in coro mi risponderete: Noi tutti sappiamo già queste cose.

Bene gli Ulver allora mettono in musica… il silenzio.

Akh 

Umbra Noctis – Il Richiamo Del Vento – (2009e.v. Ep – Produzioni Novecento)

1 -Il Richiamo Del Vento 5.52
2 -Stregoneria 4.56
3 -Kuolema Lupaus 7.38

DURATA :18.16

Si riaffacciano gli Umbra Noctis dopo il demo “Luce Oltre Il Confine” con questo Ep di tre pezzi, in cui fin da subito si puo’ notare la bonta’ del prodotto in una bustina cartonata colorata, al cui interno si trovano testi ed un cd, che è somigliante in tutto e per tutto ad un edizione “carbon vinile”(limitata alle prime 100 copie).

Le danze si aprono con “Il Richiamo Del Vento”; la copertina ci avverte in questo senso, andando a toccare punti sensibili quali la purezza d’animo di chi guarda incantato la propria terra, con gli occhi di un bimbo che compie un viaggio solitario; ed immediatamente veniamo aggrediti dal suono di questo gruppo, che crea la proposta intrecciando buone dosi di raw ad un’ espressione piu’ fiera quasi “epica” della musica.

La produzione è scura e potente, ma al contempo tutti gli strumenti si percepiscono nitidamente con ottimi risultati.
Il pezzo ha una forte venatura poetica, come si evince dal testo, che sfocia in uno stacco di voce pulita e per quanto sia l’unico esperimento in tal senso (ad eccezione di un lieve coro che si sentira’ nel brano seguente), si odono buone potenzialita’; l’incedere del pezzo porta ad un finale che sa quasi di guerresco in quanto
proclama marzialmente “Avanti Avanti!” cercando di infondere “passione e vita” al loro concetto musicale/tematico, che in questo caso tratta dell’Amore per il proprio suolo, divenendo un grido orgoglioso. 

Su “Stregoneria”, la critica concettuale si muove su altri lidi, e la musica pur senza snaturarsi ne segue l’indole.
In questo pezzo il riffing e l’incedere in generale, mi fa tornare alla mente i primi lavori di una leggenda Italica i “Necromass”.
Come i loro lavori, anche questo brano trasuda il tema “occulto/morte” emozionando per genuinita’ e tragicita’ del connubio, portando l’ascoltatore ad inquietarsi di fronte all’agitarsi disperato del tema musicale, in cui la voce diviene il lamento sacrificale della vita perduta.

L’ultimo pezzo è un rifacimento di “Kuolema Lupaus” degli Horna, i tipici riff di stampo italico spariscono, per lasciare posto ad un pezzo di alta scuola finnica, in cui melodia e oscurita’ si intrecciano perfettamente e dobbiamo dire che questo pezzo calza a pennello ai nostri Umbra Noctis, che sfoderano una prestazione veramente all’altezza, ricreando tutto il pathos e la suggestionante tensione che l’originale ha.

Un Ottimo lavoro, sia per qualita’ dei pezzi che della produzione/professionalita’, che ci induce ad augurare a questa realta’ di proseguire “Avanti Avanti”!

Akh

Uranium 235 – Total Extermination (Demo Autoprodotto 1995e.v.)

1.Nuclear Satan 03:11 
2.A New Order, A New World 02:40 
3.Sodom 1999 02:40 
4.The Third World War 02:47 

Durata: 11:18

Proveniente dal Principato di Monaco dalla mente di Nuclear Exterminator (Alias Duke Satanael dei Godkiller fautori del già buono “Ad Majorem Satanae Gloriam”), questo progetto fa della belligeranza pura e totale la propria arma ideologica e musicale.

Titoli come i sopra indicati non possono che rendere l’idea di cosa vi troverete ad affrontare in questo demo, la guerra vista come mezzo per la totale distruzione dell’uomo e delle sue pateticita’.


La musica proposta è molto piu’ di un assalto all’arma bianca, è un bombardamento continuo, una batteria che rasenta un mitragliatore da contraerea, chitarre oscuramente fragorose e dal riffing serrato e asciutto, quasi scarno di melodicita’.

Non c’è un brano che stacca gli altri, qua ci sono quattro brani di una violenza paurosa, quattro blitzkrieg che lasciano solo rovine e distruzione, come poche volte ho sentito.

Un demo da avere!!! 

Akh

Hesperus Dimension – The Cyclothymic Panopticon (Mcd – Serpené Héli Music – 2008e.v.)

  1. The Axis Of Diagram 07:44 
    2. The Cyclothymic Panopticon 01:06
    3.Through Drowsy Daydreams (Where Is That Man That I Heard Of) 05:08 
    4. 23 Hands 02:39 
    5. Immortal Portal Mortal 02:51 
    6. The Diagram Of An Axis (Remix By Adon) 05:34 

Durata: 25:02

Quanto puo’ esser vasto il salto che porta i Northland al futuro? Assai e questo salto ha il nome di Hesperus Dimension.


Certo la situazione è nettamente un’altra, si passa da una one man band ad un gruppo vero e proprio, che ha totalmente un’altra anima, infatti qui si parla un gergo futuristico, come solo chi adora bands come Thorns e DHG, puo’ approvare.


Questi polacchi, non si limitano a seguire le orme dei pionieri norvegesi, ma ne ampliano lo spettro d’azione inserendo soluzioni in alcuni casi al limite dell’avantgarde (come in apertura di “The Axis Of Diagram”), ci sono alcune sfumature verso gli Emperor (epoca “Anthems…) ed Arcturus, ma sempre rimanendo in ambito di un indirizzo personale.


Brani dal riffing cervellotico e sintetico ci allieteranno per tutta la durata del mini, con tempi sincopati e chitarre spezzate, dalle melodie inquietanti utilizzando scale musicali non convenzionali (seguendo il metodo caro al geniale Snorre, basti ascoltare la grande “23 Hands”), in cui un tessuto elettronico a tratti rumoristico si contrappone rendendo la proposta assai sfaccettata ed articolata, come si evidenzia anche con le parti in blast beat, giusto per non far credere che gli H.D. si dedichino esclusivamente a sperimentazioni, ma che non lesinano di menar le mani al momento opportuno, come certo non ci lesinano arrangiamenti di gran classe, per imprevedibilita’, cinismo e cattiveria artistica, formata da un camaleontico songwriting.

A mio avviso un combo da seguire visti gli ottimi risultati avuti sia da questa rinconferma, sia dal precedente mini “Mental Electricity”, una realta’ indigesta, tossica, aliena e sofisticata, questi sono gli Hesperus Dimension.

Akh

Janvs – Vega (CD ATMF 2008e.v.)

1.Torri Di Vetro   07:17 

2.Saphire   06:38         

3.Tarab   07:57 

4.Dazed   01:46           

5.Mediterraneo  06:23   

6.Vega 07:51   

7.Vesper II   11:13        

Durata: 49:05

Arrivatomi il promo da parte di una carissima amica e dopo il gia buono “Fvlgvres”, attendevo con una certa curiosita’ l’uscita di questo “Vega” da parte dei genovesi Janvs.

Gia’ certe dichiarazioni da parte del suo leader Vinctor (coadiuvato da Claudio “Malphas” Fogliato al Basso (Tronus Abyss) e Massimo “m:A Fog” Altomare (gia con Mortuary Drape,Glorior Belli, Slavia) alla batteria) che premetteva cambiamenti e l’inserimento di nuove influenze nel suono della sua creatura mi facevano drizzare le antenne per rimanere sintonizzato sulle loro lunghezze d’onda.

Il fatto che le prime opinioni (senza che avessi ancora ascoltato il cd) fossero alquanto inorridite e si inalberassero tesi sul fatto che “Vega” non fosse piu’ da etichettare come BM che avessero tradito la Nera Fiamma oppure la sclerotica accusa che gli Janvs siano una mera copia degli Spite Extreme Wings.

La curiosita’ si faceva sempre piu’ intensa e la voglia di ascoltare questo lavoro accresceva, come accresceva la polemica attorno al disco.

L’apripista “Torri di Vetro” si rifa’ al riffing del precedente album, ma fin da subito si percepisce alcune novita’ sostanziali, l’utilizzo marcato di tastiere cosmiche e intime (assolutamente sorprendenti ed evocative), l’utilizzo fondamentale di parti lead che si fondono alla ritmica creando dei tessuti inaspettati e ariosi, ma il brano in se contiene delle parti BM assolutamente fantastiche in cui le influenze dei primi Rotting Christ emergono imperiose e furoreggiano nelle parti piu’ tirate.

Ma è con pezzi come “Saphire” e “Vega” che si ode l’evoluzione degli Janvs, brani sognanti, vibranti, colme di vibrazioni oniriche ed uraniche, proiettate in dimensioni atemporali, dove si formano i pensieri.

Come non riuscire a sentire la vena progressiva tipicamente italiana che viene a ricolmare le parti di voce pulita, lo stesso si puo’ evincere da certe armonie e da certi fraseggi, in cui l’intrecciarsi delle chitarre rendono palpabile l’Emozione che ci troviamo ad affrontare.

Da pezzi come “Tarab” e “Dazed” fuoriescono le inclinazioni piu’ arabeggianti e allora comprendo quanto questo disco sia uno spaccato che visiona musicalmente la cultura di tutto cio che è Mediterraneo, infatti un altro punto a favore di questo gioiellino è il semplice fatto di sapersi orientare su influenze tematiche assolutamente nostre che ancora vivono e pulsano dentro i nostri geni e lo scorrere del nostro sanguee, sia nelle parti piu’ agguerrite della prima, sia nella struggente strumentale.

Con “Mediterraneo” si torna sui livello dell’opener, un pezzo dalle inclinazioni piu’ marcatamente black metal, che come l’incedere del mare in tempesta scatena in me, risacche e furia, ma anche la pace e la distensione di una visione che torna ad agitarsi dirompente dopo i placidi stacchi.

La conclusiva “Vesper II” è il compendio di tutti i precedenti brani in cui l’estasi trova la sua soddisfazione e puo’ tornare a rilasciarsi libera.

Ma devo tornare nuovamente su “Vega” in quanto lo trovo il brano in cui qui i nostri si superano e sul quale credo potranno costruire nuovi telai musicali (veramente intrisa di passione ed affascinate la prestazione vocale che mi ha saputo riportare alla mente i primi Banco del Mutuo Soccorso), in quanto l’intensita’ qui raggiunta mi porta ad uno stato di commozione assoluta.

Non c’è piu’ nessuna remora, non trovo piu’ nessun blocco, non vi è niente che possa fermarmi dal indicare questo album un vero e proprio capolavoro, mi trovo arreso di fronte alle visioni ed alla forza creativa degli Janvs, la mia Scintilla di Luce si scuote di fronte a queste vibrazioni, assaporando le sue origini e tormentandosi della sua prigione e mi spinge verso questa manifestazione superiore, che ha la forma di questa dimensione musicale.

Un disco che mi ha assolutamente rapito ed estasiato! Voltandomi indietro posso solamente dire che gli Janvs oramai sono oltre le voci, sono oltre i giudizi.

“Vega” fa parte indissolubilmente di un viaggio che è vivo in me.

Akh

Forndom – Flykt (mcd 2015e.v. Nordvis Prodaktions)

1 – För Världarna Nio 4:10
2 – När Alvkungens Rike Faller Samman 6:16
3 – Bäckahästen 4:32
4 – Flykt 7:22
5 – Återkomst 2:28 

Durata: 24:50

Conosco il progetto Forndom fin da i suoi primissimi passi, che prendeva il nome di “Heathen Harnow”. Creato dalla mente dello svedese Hans Ludvig Harnow Swärd (già con gli Eingana),il campo in questa sede si propone con una visione molto dilatata di un Folk/Ambient di stampo nordico.

Detto francamente questi brani giravano molto pesantemente nel mio stereo già prima dell’uscita ufficiale di questo “Flykt”(molto bella l’edizione limitata in A5), quindi capirete come questa proposta musicale mi abbia letteralmente affascinato fin da subito.

Già l’apertura “För Världarna Nio” ci consegna distese immense di foreste dove il sottobosco forma spessi tappeti che sembrano sospesi sopra rocce e terreni senza tempo o meglio al di fuori del tempo; perché qui il percorso che ci apprestiamo a seguire è quello di H.L.H. Swärd; un percorso personale, intimo, dove le umidità dei muschi selvaggi del sottobosco, i riflessi intensi delle conifere, i fruscii ricreati dai venti boschivi, i flutti gelidi del Nord, sono il ritmo stesso di chi ha poi partorito “När Alvkungens Rike Faller Samman”, dove lente percussioni si adagiano su pad atmosferici che si intrecciano con le sentite vocals, che con toni solenni ed orgogliosi impreziosiscono queste piccole perle di musica.

La delicatezza dei suoni, la loro voglia di ampiezza, mi porta alla mente uno spaccato dove il raggiante sole riesce a filtrare traverso nubi per andare a posare i suoi raggi sulle cime più alte dei monti di Svezia, giungendo a lambire il verde scuro della folta vegetazione in una esplosione di colori selvaggi e fieri, dove le rocce sono protagoniste immemori ed il cielo scandinavo la loro corona.

i profumi di resine, dei suoli umidi delle foreste scandinave coi suoi licheni e delle piante sciàfile (tendenti a vivere in ambienti ombreggiati, dal greco skià=ombra e -–filo=amante, cultore) , ispirano profondamente alla lotta per la vita, in un eco sistema che va a toccare il mistico, dove le sensazioni divengono parte di questo affresco maestoso, facendoci perdere in esso.
Ogni attimo di questo lavoro, mi permea di sentimento, a tratti malinconico, ma pur sempre intenso e la camminata assieme a Forndom vorrei che non terminasse alla fine di “Återkomst”; perché “Bäckahästen” e la titletrack riescono a commuovermi profondamente, tanto da sentirmi un tutt’uno con l’orgoglio, il sogno di questi brani. 

“Flykt” nelle sue voci sommesse, quasi “screammate” può far sorgere il lato più aspro e selvaggio di questa natura; donandoci uno spaccato di qualcosa di vivo, che comunque trova contatto con chi o cosa, è stato perduto o dimenticato dai più.

Forse per questo sono cosi affezionato a Forndom, perché è riuscito a farmi ricordare…

Akh

Septic Flesh – Communion – (Season of Mist 2008e.v.)

1.Lovecraft’s Death 04:08
2.Anubis 04:18
3.Communion 03:25
4.Babel’s Gate 02:58
5.We, The Gods 03:50
6.Sunlight Moonlight 04:09
7.Persepolis 06:09
8.Sangreal 05:17
9.Narcissus 03:59

Durata:38:11

I Septic Flesh sono un gruppo che non ha necessita’ di presentazioni, da sempre alfieri di un Death Metal sinfonico e misticheggiante che ha consolidato nel tempo il suo marchio di fabbrica e questo “Communion” ne è l’ennesima conferma.


Il disco è magniloquente, basti pensare che il gruppo si è avvalso dell’opera della Filarmonica di Praga e del Coro della Repubblica Ceca, il risultato è impressionante per profondita’ di suoni ed arrangiamenti, dove la componente orchestrale è parte fondamentale di tutto il lavoro e ben si amalgama con la prova del combo greco, che non lesina certo in potenza ed aggressione.


Cio’ viene messo subito in risalto dal pezzo apripista “Lovecraft’s Death”, un pezzo dall’indubbio fascino, con stacchi da puro head banging (di cui il full leght è veramente ricco) e tempi piu’ serrati, uniti ad orchestrazioni cupe, in cui la voce di Spiros “la voce del Drago”, si manifesta forte e profonda creando l’incipit evocativo che si manterra’ per tutto il cd.


Tutto “Communion” è un’esaltazione alla creativita’, che spesso inserisce pure accenni bizantineggianti, i pezzi si susseguono forti di una personalita’ propria, ogni brano ha le caratteristiche per farsi apprezzare e rimanere incollato nella vostra testa, tutto cio’ si evidenzia pure in quegli stacchi di voce pulita, che non potrai far altro che cantare a squarcia gola (vedi l’esempio di “Anubis”, Sunlight Moonlight” e “Sangreal”). Certo non mancano neanche pezzi veloci ed incisivi (vedesi la title track), in cui si manifesta come si possano utilizzare i cori senza risultare mosci o solamente epici; ma forti del loro talento, i Septic Flesh si producono in stacchi e ripartenze letali, dove l’orchestra crea incubi musicali degni di nota.

Anche le successive “Babel’s Gate” e “We, The Gods” fanno affiorare a tratti blast beat uniti ad un riffing di chiarissima matrice Death, al limite del Brutal per l’attitudine immessa.

Ennesima dimostrazione di forza di questo grandissimo gruppo, che ci regala ancora un disco da avere ed ascoltare in continuazione.
Sicuramente, non è uno di quei dischi che rimarranno a prendere la polvere sui vostri scaffali.

Akh 

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