1. Neuropa Calling 06:00 2. Sentenza Al Criterio 07:41 3. Nel Gelido Sentore Di Un’eterno Addio (Nel Solco Della Mai Sopita Via) 08:43 4. L’Urlo Ed Il Suo Illuminante Eco 05:39 5. L’immutabile Richiamo Ed Il Suo Cruento Incontro 06:00 6. Nel Segno Dell’Ariete La Storia Ci Darà Ragione 08:06 7. Il Sole Ritrovato Degli Iperborei 04:20
Durata:46:29
Riecco gli Absentia Lunae, che attendevo dopo l’ottimo “In Vmbrarvm Imperii Gloria”, che potessero confermare quanto gia’ fatto e devo dire che riescono nel non semplice compito di rimanere su livelli d’eccellenza. Il libretto si sposa fotograficamente al concetto su cui verte questo cd e l’iniziale “Neuropa Calling” è un esempio evidente dell’ “Urlo” che i Triestini lanciano contro un mondo ed una societa’ decadente e misera, dove sembra impossibile che l’Uomo possa esser assiso accanto agli Dei.
Una produzione pulita, corposa ed incisiva mette immediatamente in evidenza che la via di questa epurazione passa tramite un attacco sonoro, che dire all’arma bianca è riduttivo; altra nota da rimarcare è il cambio di impostazione lirica, passata ad adoprare il verbo dantesco, acquisendo un tono maggiormente evocativo ed evidenziando maggiormente le molte parti marziali che questo lavoro porta con se’.
Ogni pezzo ha interessanti svolgimenti, in cui i riff dissonanti ed a tratti spezzati di Climaxia la fanno da padrone (“Sentenza Al Criterio” e “L’Urlo E Il Suo Illuminante Eco” ne possono essere alcuni degli esempi), coadiuvati sempre dalla batteria esplosiva e dinamica di Blastphemer e dal basso di Sephrenel che non viene relegato ad un lavoro marginale, ma aiuta a costruire partiture complesse ed articolate.
Se puo’ aiutarvi a concepire meglio quanto gli Absentia Lunae, hanno saputo creare, cercate di immaginarvi un bombardamento fatto miscelando i Mayhem piu progressivi ed aggressivi al lavoro di bassi che erano soliti utilizzare i Ved Buens Ende…(anche se manca il loro incedere sbilenco), unito ad una marzialita’ al limite del cinico, come cinico è il canto di Ildanach, che profonde conoscenze e miti Tradizionali come fossero le armi con cui liberare l’ “Uomo” dal suo oblio, come se fossero le armi su cui poter costruire un futuro che deve passare pero’ dal sangue e dal gelo della morte, attraverso una guerra che incombe pesantemente e la foto riguardante il Tempio di Luce credo ne sia un’ottima rappresentazione, come non sono casuali le citazioni wagneriane.
Come detto, questo degli Absentia Lunae è un grido aspro, violento, orgoglioso, sofferente ed al contempo illuminato, in cui i nostri non hanno timori, ne’ incertezze affermando cio: “Nel segno Dell’Ariete La Storia Ci Dara’ Ragione”.
Gli Infernal Angels
dell’ottimo Xes, danno alle stampe questo nuovo full, dopo essersi fatti ben
conoscere in giro con una buona dose di concerti in lungo e largo nella
penisola, alcuni fatti con grandi gruppi (non ultimi saranno i Vader e i
Marduk), in cui si sente subito che la preparazione tecnica e compositiva è
aumentata considerevolmente, per il notevole feeling che questi nuovi pezzi
portano con se’.
Diciamo che gli I.A.
sono da inserirsi nel vasto panorama del BM melodico (anche se a mio avviso è
un termine assai riduttivo, per la loro musica), ho sempre trovato la loro
proposta molto articolata, ma al contempo asciutta, scarna di melodie dolci o
leggere e questo lavoro ne espone maggiormente questa inclinazione, trovando un
riffing mai banale, che molto spesso si discosta dai dettami svedesi per
riprendere con piglio personale e rimodernato una scuola dei primi anni ’90, dove
una certa melodia si sposava con oscurita’.
I brani si fanno
ascoltare benissimo ed alcuni arrangiamenti li ho trovati di indubbio buon
gusto e grande calibro, come gli stacchi trovati in apertura di “Melody Of
Pain” e “Midwinter Blood”, pezzi in cui non mancano parti
veloci, che ben si sposano alle strutture delle canzoni, ricchi di cambi e
soluzioni interessanti, dove certi passaggi piu’ lenti ed aspramente epici,
esaltano il lato piu’ fiero di questo gruppo.
La produzione è
pulita e ben calibrata, non mettendo da parte la componente aggressiva della
proposta che tende ad avere pezzi incalzanti ed incisivi, da rimarcare ciò che
considero un marchio di fabbrica di questo gruppo ovvero; il saper intrecciare
le chitarre ritmiche con linee melodiche che spesso si armonizzano, dando vita
a danze cromatiche davvero interessanti.
Pezzi come “A
New Era Is Coming” (fantastica la sua introduzione), “Tutto Quel Che
Rimane” e “Sangue” (con il suo midtempo), saranno cavalli di
battaglia che vi travolgeranno nel loro incedere.
Interessante il
trittico cantato in italiano, dove Xes si esprime con una performance sentita
ed appassionata, ma è in generale tutto il gruppo che ben si attesta per tutto
il disco.
Dieci validissimi
pezzi, dove non troverete riempitivi, ma solo sana voglia di sputare in faccia
il proprio odio, tramite il sudore e la propria musica; alla faccia di chi
osannera’ certi acts stranieri, che oramai non hanno da offrire che uno sterile
nome e aborti musicali.
“E’ difficile paragonare questa release agli standard tradizionali. Quando si pensa alla musica si pensa a qualcosa che tende a seguire un netto accumulo di tensione e atmosfera, con una struttura e un concetto chiari, invece questa band italiana sembra evitare tutto ciò come la peste. L’arte di Redemption Curse potrebbe essere meglio descritta come incostanza costante. La chitarra non ha uno schema ordinato, come qualcuno si aspetterebbe, in termini di una band black metal, piuttosto queste parti appaiono perché c’era la possibilità di inserirle. Quando la musica passa da A a B dà l’impressione di casualità, mentre l’ascoltatore potrebbe catalogarla come schizofrenica, perché la logica di fondo sembra essere incomprensibile per una persona sana di mente.
In termini di impostazione, una chitarra, un basso, la voce ed elementi noise sono ciò che ne compongono l’arte. La musica stessa è una sorta di low-fi raw black metal, con una buona quantità di tocchi atmosferici-da camera. Il noise svolge un ruolo cruciale, soprattutto attraverso il modo in cui le chitarre suonano. Il loro suono è un po’ come una struttura e il pizzicare delle corde è qualcosa che difficilmente può essere riconosciuto a volte. Il basso in sottofondo è vagamente riconoscibile, mentre le parti vocali sono incomprensibili mormorii o parti parlate. In un certo senso l’ascoltatore potrebbe avere l’impressione che la musica stia per scatenare “qualcosa”, ma questo in realtà non accade. Tutto rimane in uno stato di accumulo di tensione, il cui unico scopo è quello di creare confusione. L’aggressività non è presente e l’oscurità, che è spesso associata al black metal, non è in grado di dominare la musica.
Cosa è questo disco, allora? Musica strana. Suoni bizzarri. Arrangiamenti singolari. Un esperimento in tre atti di cui 7.1 sarebbe il primo. Forse sarebbe meglio giudicarli una volta che tutti saranno stati scatenati sulla gente.”
“Sono rimasto impressionato dal disco! E’ oscuro, marcio, nervoso e intenso come raramente ho sentito, non c’è un solo momento in cui la sua natura deviata non mi abbia strizzato il cervello! Geniale a dir poco, davvero complimenti.”
Nota: Il CDR è limitato a 20 copie e il download a 50.
1. Freeing My Energy 2. Riflusso Ciclico (Decesso Di Una Morte Alchemica) 3. Yoghsototh’s Spheres 4. Tribute To A Molecolar Deformities
Durata: 19.45
“Ho finalmente avuto modo di ascoltare Vol. VI e l’impatto è stato alquanto piacevole e disturbante allo stesso tempo.
In pratica mi son sentito come un bambino inviato indietro nel tempo, negli anni fra il 1991 e il 1994; il periodo in cui il black norvegese era black e quello svedese, maligno, affilato come una lama e insalubre, sfornava capolavori e un’altra faccia dell’estremo, la Cold Meat, mieteva vittime con i suoni industriali più neri e da genocidio.
Gli Occulta si confermano scevri da modernismi, inclini al decadere e volutamente polverosi. Sì, polverosi, di quelle particelle lasciate dal trascorrere dei secoli e dall’annientamento degli esseri che popolano il pianeta.
Musica che rappresenta un epitaffio più che per l’uomo, per la vita in sé.”
Defleshed
“Ho avuto modo di ascoltare Vol.VI ( molte volte ti assicuro^__^) non posso fare altro che ringraziarti ancora! Grazie davvero! Non ho mai nascosto che avrei gradito un ritorno a sonorità più tipicamente Black metal e questo nuovo capitolo lo fà alla grande, con quella tipologia di riff che personalmente adoro e comunque non rinunciando alle parti sperimentali, alcune davvero inquietanti ascoltate con le cuffie e al buio totale. Grande lavoro!”
In questo 2019e.v. l’uscita degli Heilung aveva un posto di privilegio fra gli album più attesi. Sarà stato perché “Lifa” mi aveva letteralmente folgorato (e non credo di esser stato l’unico, visto che Metal Hammer lo aveva inserito fra i migliori 10 concerti del 2017e.v.), sarà perché il loro approccio di “Neo Folk Sperimentale” con riflessi precristiani nella loro ricerca musicale, li ho trovati efficienti e oltre modo coinvolgenti. Il termine con cui loro si rivolgono alla loro Arte è “Historic Amplified”, cosa significa?
Significa che gli Heilung (termine che significa “Cura”, intesa anche come “Cura Magica”) si approcciano andando a riprendere antichi manufatti scandinavi e o antichi testi per farli rivivere tramite la loro musica, quindi la Storia prende voce ed intensità, di cui i nostri si fanno alfieri.
Purtroppo la Season Of Mist non mi mette a disposizione nessuno straccio di informazione e per un gruppo che può risultare cosi ermetico non è certamente l’optimum; ma andiamo avanti coi nostri mezzi e vediamo cosa ha da dirci questo “Futha”.
L’introduzione di “Galgaldr” è un parlato duro, scuro, notturno (cosa che potrei dedurre dal canto di un gallo che gli succede), da li in poi vi è un crescendo vitale dettato prima dal suono di un corno, per poi spostarsi progressivamente dove le sezioni ritmiche del progetto incominciano ad intrecciarsi fino ad andare a ricreare la classica densità della loro proposta, che mano a mano si schiariva e prendeva uno spirito solare, che culmina in una apertura vocale della splendida Maria Franz, sempre assecondata dalle inconfondibili voci maschili.
Questo brano potrebbe anche rappresentare emblematicamente questo disco, in quanto le parti maggiormente ruvide e tetre in realtà fanno da bilanciamento alla maggior spinta melodica che ci troveremo ad ascoltare. “Norupo”, “Othan” (brano che già si era fatto apprezzare nel precedente live, quindi non inedito) e la successiva “Traust”, sono l’esempio perfetto di quanto appena affermato. Tre canzoni che ci prendono per mano in maniera suggestiva, seducente, ammaliante, sprigionando una forza e una bellezza che ci lascia incantati, tre perle che conturbano ognuna a suo modo, ognuna regalandoci sprazzi di solarità energizzanti, sia che lavori profondamente sui toni bassi e profondi della “nuova” “Othan”, sia per le melodie intessute per “Norupo” e “Traust” che con la sua voce loopata crea un effetto mantrico davvero notevole; una sorta di “Solringen” (brano simbolo dei fantastici Wardruna), tanta è la positività che ci risento, merito certamente, delle armonizzazioni vocali femminili e del forte controcanto maschile. Un pezzo che mi è entrato nelle ossa.
Questa è una triade che già, per quanto mi riguarda, potrebbe far chiudere il disco con toni enfatici, un eclatante inno alla Vita ed al suo ciclo.
Il discorso invece prosegue e per una sorta di contrappasso, dopo l’esplosione di melodie avviene un avvicendamento scarno, duro, impassibile, crudele, come la guerra, infatti sono proprio rumori si battaglia e di frecce scoccate a rendersi protagonisti di “Vapnatak” e del suo parlato che lancia la seguente “Svanrand” in cui torna protagonista Maria Franz. Quest’ultima tratta la cerimonia “omonima” dove i “vassalli” giuravano fedeltà al Loro Signore nella chiamata alle armi, qualora ve ne fosse richiesta; si dice fosse un rito molto sentito e vissuto e che l’incrociare le spade e farle salire all’unisono vincolasse col sangue stesso, quindi anche il brano afferma tale importanza donandogli un alone romantico dar sapore medievaleggiante.
Con “Elivagar” ritorna protagonista la nera voce di Juul che sovente è protagonista con screams sussurati alternati ad urla folgoranti e bestiali, mentre a Faust il compito di rendere protagonista la voce profonda e bassa che riporta alla mente le soluzioni dei Phurpa e le reminiscenze mantriche dell’oriente, fino a quando i fiumi dell’inizio dei tempi non vengono chiamati in causa i fiumi cosmici, come vuole il Mito molto lontano dalla loro sorgente nel Niflheimr e il Múspellsheimr, gocciolarono il loro veleno nel Ginnungagap creando la prima forma di Vita: il Gigante dei ghiacci Ymir. Il tutto raccontato alla loro maniera, come succede pure nella successiva “Elddansurin”, che parte dura, per mitigarsi gradualmente e finire su strati sognanti ed eterei.
La conclusione viene affidata al secondo brano non inedito, anch’esso presentato davanti al pubblico di “Lifa”, una buona versione che accentua la parte più acustica della band e che ha una forte carica rituale(non è un caso che la strumentazione preveda un notevole e sovente utilizzo di strumenti ad ossa), dove poter esplodere tutta la propria carica teatrale ed ancestrale, come è nelle corde tipiche di questo gruppo “Danese”. Anche in questo caso il break centrale trasporta con forza nel cuore del medioevo nordico, amplificando ennesimamente la Storia di questa parte del Midgard, che cala in un netto crepuscolo sonoro.
Un album che ha due nature espresse: la parte più melodica, epica, solare, di facile acquisizione; contornato da arcaiche fasi dure, fasce di ossa notturne, e livide pozze di oscurità, da cui rinascere a nuova Luce.
La Cura e la Magia degli Heilung passa da ogni singolo secondo, da ogni alito venefico, da ogni schiarita, da ogni nube e da ogni albero frusciante, come da ogni spada o urla da guerra… perché in definitiva tutto è Vita e per glorificarla serve la Morte e viceversa.
La Dark Babel Rec. si
preoccupa di recuperare il secondo demo dei Deadly Carnage uscito nel 2007e.v.
prontamente rimasterizzato lo scorso anno e con aggiunto un nuovo brano.
Ci imbattiamo
immediatamente in un B.M. dalle tinte scarne (come del resto la produzione) che
evidenzia la ruvidita’ dei brani, sia in fase di riffing che di struttura dei
pezzi.
La melodia è ridotta
all’osso, per puntare molto su un assalto, che predilige soluzioni aspre e
caotiche su cui il drumming si muove alternando tempi veloci a tempi medio
lenti, che pare essere una peculiarita’ di questo gruppo, che non sempre cerca
l’eccesso del blastbeat, ricercando anche soluzioni piu’ rocciose, come ben si
evidenzia in tutti i brani del lavoro ma “Facing The Path To
Eternity” ne è una lampante dimostrazione.
Per il suono
proposto mi tornano a mente certi gruppi
dell’est europa dei primi anni ’90 ma con una cura maggiore nel dettaglio
vocale, la chitarra crea riff semplici ma nella loro ossessività e quadratura
strutturale ci si puo’ ritrovare alcune venature war e death primordiale, forse
però una maggiore dinamicità (in fase di arrangiamento) delle canzoni
gioverebbe ai brani.
“Epitaph Part I
– Crystal Palace” è la bonus track di questo Ep, si avverte immediatamente
il cambio e certa evoluzione del gruppo, il brano è tutto incentrato su tempi
mid e la produzione è assolutamente piu’ scura ed ovattata, il cambio di
chitarrista non scalfisce la personalita’ del gruppo che mantiene comunque le
caratteristiche fin qui ascoltate, ma vengono inserite parti piu’
“roccheggianti”, come dimostra pure l’inserimento di una parte lead (
che a mio avviso non è il massimo dell’espressivita’ e pare acerba sia come
tocco che come soluzione) e da certi arrangiamenti ritmici, mentre la voce al
vetriolo di Marcello ci fa’ capire che i Deadly Carnage non sono qui ne per
divertirsi, ne per divertire.
Un demo onesto che ha
fatto e fara’ circolare il nome in giro del combo riminese, l’evoluzione del
gruppo è in atto, vediamo cosa sapranno sfornare in futuro; sicuramente
troveranno in chi ascolta sonorita old school dei seguaci che potranno
apprezzare questo cd.
Un plauso per la
scelta della copertina davvero animata da tensione angosciante.
Tornano i Thorns dopo
alcuni demos di inizio decade, o meglio torna Snorre W. Ruch (alias
Blackthorn), dato che ad eccezione di due super guest alle vocals come Satyr e
Aldrahn, il nostro fa tutto da solo.
Se avete a mente la
sfortuna di Snorre e quanto la sua genialita’ sia stata reclusa per punire una
scena che oramai infuriava in Norvegia, potrete capire che la prima uscita
ufficiale di questo personaggio era attesa con una certa aspettativa, basti
pensare che era stato voluto nella formazione dei Mayhem (vera formazione di
ultra talenti della Fiamma Nera) da Euronymous perché considerato un
chitarrista visionario e di puro talento nero.
Se lo split con gli
Emperor, ci consegnava un gruppo in piena sperimentazione, in questo full ci
viene dato uno schiaffo in pieno viso, ritmiche spezzate che non lesinano
violenza cinica e fredda, vocals abrasive e indemoniate a tratti marziali che
ben si amalgamano alla furia dei pezzi che vengono comunque straniti da samples
dal gusto futurista e cosmico in cui la programmazione di una drum machine rende
ancora piu’ asettica e alienamente ferale la proposta musicale.
Otto pezzi di una bellezza unica, in quanto quà si va oltre tutto, quà si è in piena esplorazione musicale; si sfondano nuove frontiere, ponendo l’asta dell’estremismo sonoro qualche chilometro piu avanti.
Un Aldrahn e un Satyr
in grandissimo spolvero fanno vibrare i pezzi con un anima nera, che
ricollegata all’acidita’ del riffing scuote l’ascoltatore che non puo’ rimanere
impassibile di fronte ad attacchi come “Stellar Master Elite” oppure
all’iniziale “Existence”, ma ogni traccia è indiscutibile, ogni
traccia è un viaggio nei vortici tormentati e elitari di una mente votata
unicamente alla scoperta di un cosmo interiore, intenso e dirompente, che
stravolge regole e reinventa linee preordinate, in maniera fenomenale.
Anche nella conclusiva “Vortex”, dove i ritmi rallentano e l’atmosfera diviene avvolgente, complice la prestazione vocale del superlativo Ruch; il disco continua ad affascinare aprendo ulteriori lidi ai Thorns per sperimentare in futuro.
Non un semplice
disco, un Monolito a cui noi miseri scimmioni non possiamo che sottostare!
Winterblood è un progetto nato dalla mente di Stefano Senesi, un Dark Ambient di natura silvestre; naturale appunto, che trae ispirazione musicalmente dalle sonorita che Burzum con la sua epocale “Tomhet” ha saputo forgiare. Ma fidatevi in questi ventinove minuti, si respira un’aria fredda e fosca, in cui solo inizialemente Varg e Christoph “Vinterriket” Ziegler possono giungere a mente, perche’ la musica tendera’ ad annullare i pensieri, a farvi perdere lontano nel proprio suono e nella propria dimensione, rendendovi spettatori del proprio viaggio.
Un lungo, lento, percorso, fatto da veli di grigi che avvolgono tutto, come una giornata novembrina in alta montagna, in cui tutto si offusca per la bruma e rende percettibile solo vaghe forme; facendoci percepire nuove dimensioni.
Ecco questo è “Fohn” un viaggio musicale che muta nel suo incedere, che si rispecchia nella natura, per entrare dentro di noi, per farci sentire il suono ovattato della monotonicita’, il suono incrollabilmente duro, della nostra fragile esistenza, che solitariamente si allontana dalle vere fonti di Luce; una realta’ portata da un vento caldo e discendente, che vi fara’ sudare per la vostra sorte.
“Fohn” è una tape limitata a 50 copie (altrimenti dovrete attendere la futura stampa digitale), ma non è per questo che dovreste prenderla, ma perche’ altrimenti ritardereste temporalmente, un acquisto che merita indubbiamente e mai come adesso il tempo mi è parso fugace.
1.Axiom Heroine 04:41 2.Destroyer Of Thousand Worlds 03:05 3.All In Satan 03:33 4.Pagan Moon 07:16 5.Pimeyden Henki 04:45 6.Suck My Blood 04:27 7.Demon Advance 15:17
Durata:43:02
Ascoltando “Engram”…,non credo che sia un disco da buttar via.
C’è da chiedersi il perche’ di questo album?
Effettivamente il thread delle reunion impera e a mio avviso anche i Beherit si sono fatti affascinare dal soldo tintinnante; ma il disco è vario, si ascolta bene; anche se i Beherit erano altra roba.
Un po’ come il nuovo corso di Arckanum, l’ultimo non sarebbe un brutto disco, se di per se’ non fosse un album di Arckanum, il quale ci ha saputo donare più di semplici buoni dischi.
Riff sempre minimali ed ossessivi, ma pompati da una produzione limpida (che stona con quanto uno ha in memoria riguardo al gruppo; insomma Beherit è sinonimo di qualcosa di ben differente storicamente), ma che rimangono godibili per certi arrangiamenti che non ti aspettavi, come nella parte iniziale di “Axiom Heroine”.
In questo caso i finlandesi pero’ mi pare che abbiano osato maggiormente; ad un ascolto attento, ci sono degli arrangiamenti elettronici (retaggio probabilmente del periodo “sperimentale”) che mi intrigano davvero, come nel pezzo di chiusura “Demon Advance”, che è ipnotico e suggestivo, una volta catturati dal suono di questi “Satana”!
1. Sepolto all’Ombra della Luna 04:07 2. Strix 06:10 3. Il Trionfo della Nera Fiamma 04:01 4. …E Fu il Destino di un’Anima Mortale 04:59
Durata:19:17
I Bellunesi Stryx (animale mitologico latino, di natura notturna che aveva la peculiarita’ di succhiare il sangue e mangiare le carni umane) esordiscono con questo Ep omonimo, ben prodotto e confezionato a tiratura limitata. L’artwork è di ottima fattura, un digipack apribile in quattro parti, molto evocativo e suggestivo, ma la parte migliore i nostri, la lasciano per la sostanza, la musica.
Mi ritrovo davanti a 4 brani carichi di sentimento notturno e feeling, l’apripista “Sepolto All’Ombra Della Luna” è un pezzo che si fa’ subito ben volere per il suo incedere ipnotico, come il canto delle sirene, dove trovano spazio aperture di voce pulita dall’indubbio fascino, ma è tutto il pezzo che ammalia con il suo sentore di mortale e sulfurea melodia.
Il seguente ed omonimo pezzo (Allocco, che è anche nel monicker del gruppo), ha un introduzione boschiva carica di pathos, che sfocia in un attacco lento ed inesorabile, ricco di sensazioni plumbee ed asfissianti, in cui le ripartenze simboleggiano il destino oramai segnato della vittima incauta, oramai perduta. Non mancano aperture letali, che si manifestano con “Il Trionfo Della Nera Fiamma”, che ben evidenzia quanto gli Stryx sappiano svolgere melodie funeste unite allo spirito selvaggio e distruttivo del BM, per apporre il loro sigillo nero sul mondo che li circonda.
“…E Fu Il Destino Di Un’Anima Mortale” chiude questo lavoro, dove il grido dell’allocco vomita tutto il suo risentimento verso la mortalita’ cristiana, concentrandosi in una prova ferale fra stacchi e ripartenze lanciate, dove il “sole” come simbolo cristiano di “vita”, viene oscurato eternamente dall’odio profuso dai nostri 4 alfieri della notte.
Una splendida sorpresa,un lavoro carico, emotivo, sentito e sincero, auguro un ampio volo allo Stryx, che possa banchettare a lungo con le carni dei suoi nemici. “Beato è il posto dove siede la civetta…, infelice quello verso cui rivolge lo sguardo”