Dark Funeral – Let The Devil In (Singolo Digitale Century Media Records 2022e.v.)

Let The Devil In 4:40

Durata: 4:40

FInito di ascoltare…

ho la totale convinzione che Arimano ascoltasse “Season In The Abyss” 10 ore al giorno da bambino.

Il riff iniziale mi ricorda molto, proprio la titletrack, probabilmente il pezzo supremo degli Slayer!

Per il resto boh… le chitarre si percepiscono come sottofondo, su tutto si staglia la voce, come nelle migliori tradizioni pop.

Oramai sono ai livelli dei Watain…

aspettiamo di ascoltare il Full, diciamo che tutta questa blasonata furia epica, in questa sede non è pervenuta.

Non basta certamente una Intro di batteria per destare dal sonno indotto.

Una Epifania molto magra e scialba in casa Dark Funeral.

Akh

FunerL Mist – Deiform (CD,Vinile Norma Evangelium Diaboli 2021e.v.)

Twilight Of The Flesh 09:38

Apokalyptikon 04:23

In Here 08:56

Children Of The Urn 07:45

Hooks Of Hunger 04:54

Deiform 09:09

Into Ashes 09:10

Durata: 53:58

Come un fulmine a cielo sereno, giunge a noi negli ultimi giorni del anno il nuovo lavoro di Arioch ed i suoi Immensi Funeral Mist.

Tolgo immediatamente le castagne dal fuoco e affermò che questo album nonostante il breve tempo per assimilarlo integralmente entrerà di diritto fra i Top album in tantissime testate, perché Daniel torna con un album al fulmicotone, 100% Funeral Mist.

Personalmente nonostante l’enorme ed indiscusso talento, ‘Hecatomb’ mi aveva lasciato un po” insoddisfatto, probabilmente causato dalla esplorazione di altre sfere nere, ma qui si torna ad elargire sacralità a piene mani, un’azione liturgico e maestosa che si presenta come epifania fin dall’opener “Twilight Of The Flesh”, in cui i cori eccellentemente in bilico fra il morboso e l’evocativo ci riportano ai migliori esempi di “Salvation” o della superlativa “Anti Flesh Nimbus”, grondando copiosamente dal calice eucaristico che unicamente questa band riesce a donarci.

Sette capitoli, come sette il numero misterico, i peccati capitali, il numero Saturnino.. sette gemme incastonate nel Diadema Aureo dell’Idra, sette spaccati infernali dove il riffing di Arioch lacera, esplora, innalza, evoca, colpisce e benedice con una enfasi ierofantica prodigiosa, rendendoci partecipi attivamente al passaggio di questa consacrazione fra uomo e Divino, fra i differenti stati della materia, fra l’esaltazione e l’estasi della Via.

Un lavoro che da l’impressione di doversi bere d’un fiato ma i cui effetti venefici e sacralità si rilasceranno poco a poco nonostante lo stordimento immediato, sia ha l’impressione che questo “Deiform” sia stato pensato come un’elisir, un balsamo, una tappa fondamentale nel percorso all’opera dei Funeral Mist.

Tutto si manifesta nella conclusiva “Into Ashes”, che sembra il giusto sigillo, la chiusura e la glorificazione di questa caduta nella corruzione più oscura e blasfema e nella relativa purificazione nera, nella Resurrezione in Sé stessi, giungendo a relegarsi nel centro della propria esistenza.

Un nuovo Masterpiece, sicuramente un lavoro che spazza via ogni concorrenza e si piazza sull’altare del Religious Black assieme a pochi altri, la Fiamma divinizzata di uno Spirito carnale.

“Deiform” più che un album è un cenacolo a cui rivolgersi, con suprema adorazione.

Akh

Dawn Of A Dark Age – La Tavola Osca (CD  Antiq Records 2020e.v.)

1. La Tavola Osca (I Atto)   23:03              

2. La Tavola Osca (II Atto)  17:23              

 Durata: 40:26   

Alla Cripta sapete che piace sondare le imperscrutabili vicende del sottosuolo di ogni tipologia possa essere.

Qui complice il nostro buon amico Andrea Colocresi (già conosciuto ai più per la sua aderenza ai lombardi Kaiserreich) che me li presenta in maniera molto entusiastica, quindi vengo a conoscenza per la prima volta dei Dawn Of A Dark Age del polistrumentista  Vittorio Sabelli Aka Eurynomos.

Vorrei immediatamente depistare i lettori, in quanto il Termine Black Metal a cui spesso viene associato questo combo a mio modo di intendere va decisamente ampliato in un concetto decisamente verso un sostenuto Extreme Metal, questo non significa che non vi siano tali caratteristiche anzi… anche per le profonde sferzate vocali di Emanuele Prandoni (già con gli eccellenti Progenie Terrestre Pura), ma mi sembra decisamente limitante tutto ciò che viene trascritto in musica in questi 40 minuti di pura arte musicale.

Il fatto si per se è molto semplice, la struttura dei pezzi vengono gestiti come una enorme suite di stampo tipicamente progressive, ma il tessuto è decisamente concepito in piena vena operistica, tanto da poter necessitare di libretto per poter assaporare al meglio ogni variazione sul tema o piega che la storia segue, in questo senso i D.O.S.D.A. riescono a rinverdire i fasti dei toscani Inner Shrine, ma inserendo una serie di influenze che provengono direttamente dalle esperienze artistiche precedenti del Sabelli.

Questo primo Capitolo (di una trilogia incentrata sul popolo Sannita, che mi fà riportare alla mente un altro combo che rilascio importanti note; i Sakahiter, che vi consiglio di recuperare se non li aveste mai ascoltati), si concentra sulla riscoperta e la storia della Tavola Osca o anche conosciuta come Tavola degli Dei, fino alla sua ultima stazione in quel di Albione.

Nei due lunghi Atti, avremo quindi sfaccettature ed inquadrature che drappeggeranno molto spesso il canapo di forti sapori folkloristici ed anche paesani, creando un sustain  ed un climax che ben arrischiscono le molte parti narrative. Quest’ultime spesso coadiuvate dal suggestivo clarinetto di Vittorio, altro fattore che apporta sperimentazioni e cromatismi eterogenei, in una proposta che non disdegna policromie di ogni genere anche furiose e decisamente scure.

Nel primo Atto, quindi si riesce a cambiare perfettamente registri ed ambientazioni il tutto ottimamente organizzato e sapientemente dosato sulla necessita narrativa, troveremo sfuriate tipicamente Black Metal, ma anche accenti rock di matrice Pink Floyd, ad aperture molto Thrashy, a sfumature di musica popolare e decisamente da banda, ad aperure pianistiche degne dei Cradle Of Filth di “Summer’s Dying”, il tutto senza perdere mai di credibilità, anzi creando una Suspance, a tratti cruda e severa, spesso ricca di accenti epici.

Un album da ascoltare molto, sia per i contenuti, che per il prezioso lavoro verso un artefatto antico che è colmo di misteri ed è intriso profondamente nella mente e nello spirito degli autoctoni, che fin da subito ne subirono la sua meraviglia. Elemento che esce in maniera prepotente a mio avviso nel secondo Atto, dove ad una prima fase molto folkloristica, dove una voce lirica ben si attesta a rivendicare la nobiltà di tale oggetto, viene lentamente soppiantata da una invocazione rituale, che è l’anima più piena e fiera del suo Spirito immortale, in cui un mantra musicale antico sferza crudelmente la propria litania sacra, incisa sulla memorabile lastra metallica, in un crescendo che non ammette concessioni o pavidità, nella più pura natura Sannita.

Un Cd questo che vale la pena cercare ed ammirare, i fasti di una antica civiltà riverberano pregni di significato, sarebbe decisamente sacrilego non degnarlo della giusta attenzione.

Dawn Of A Dark Age, il popolo del Sannio ti invoca!

Akh

Inner Shrine – Nocturnal Rhymes Entangled In Silence (CD Dragonheart Records 1997e.v.)


1. Fatum (Intro) 02:08

2. Dream On 05:40

3. To The Last Breath 08:36

4. Bleeding Tears By Candlelight (The Illusion Of Hope Act 1) 02:07

5. Awaiting The Solar Awakening (The Illusion Of Hope Act 2) 02:17

6. Soliloqium In Darkness (The Illusion Of Hope Act 3) 05:52

7. Enveloped By A Conquest’s Shadow 08:24

8. Subsidence 07:56

9. Breaking The Mortal Shell Of Love 05:35

Durata: 48:35


Finalmente eccomi ad osservare l’esordio degli Inner Shrine e Firenze cala il poker e lo fa decisamente sbancando la posta.


Posso dire con tutta la lucidità di cui possiedo che il capoluogo toscano ad oggi sia la Capitale italiana riguardo al Death di stampo progressivo e sinfonico.
Si perché questi ragazzotti vanno ad inspessire il tasso di talento che circola imperante da quelle parti (vedete ed ascoltatevi i vari Cryogen, Hidden Hate e Soulgrind per capire di cosa si tratti), ma qui la proposta prende una piega ampiamente inattesa per chi non avesse avuto modo di ascoltare il precedente celebrato Demo “Inner Shrine”, che viene ripreso, migliorato ed ampliato nel concept di questa versione digitale.


Per comprendere al meglio la straordinaria follia che viene sprigionata in questi nove capitoli, dovreste miscelare in abbondanti dosi, Rondò Veneziano, i primissimi The Gathering, una certa vena Dark Wave Horror capeggiata dai Goblin, o anche dagli ultimi Therion, il tutto condito da una trama ed arrangiamenti di stampo operistico fortemente barocco, cosa che si evince indubbiamente dalla formazione attuata e dalla impostazione utilizzata dal comparto del gentil sesso.


Rispetto agli altri concittadini, gli Inner Shrine prediligono incentrare sicuramente le loro composizioni fondandole sulle atmosfere che poggiano possentemente su altisonanti tastiere, che vengono assistite magistralmente da un insieme organico, da passa da varie voci sussurrate, gutturali, sibilate, esclamative, screammate, il tutto per creare un enfasi unica e mai utilizzata nel mondo del Metallo estremo italico.

La Cripta vi rivela quindi un’altra gemma scura, un altro lavoro celato dal tempo, ma che lo ha intrappolato in se stesso, uscendone immacolato, ancora cosi ricco di epica tristezza. Cosi profondamente lugubre nelle sue policromie sonore, decadente ed elaborato.


Spesso le chitarre cercano di elaborare sentimenti con riffing dal sapore solistico, dove evidenziare la gloria lucente di un goticismo decadente, che ben vengono coadiuvate e supportate da un ottimo lavoro di basso ad opera di Leonardo Moretti, che struttura e sostiene sia con le frequenze, sia con appoggi ed arrangiamenti.
Si può tranquillamente passare da parti sognanti e di assoluta sospensione come nel caso della eccellente “Awaiting The Solar Awakening” che passatemi la considerazione potrebbe avvicinarsi a certe intuizioni geniali del Maestro Morricone.


La voce maschile di Luca Liotti è la caratteristica che maggiormente avvicina al retaggio Death Metal di vocazione olandese, con una timbrica che si avvicina moltissimo a Bart Smits ed a quel monolito di “Always…”, come si avidenzia molto bene nella seducente “Dream On” o nella seguente “To The Last Breath”, anche certi passaggi onirici in cui le parti gutturali vengono allineate alle limpide e celestiali linee di Cecilia Boninsegni, ma mi riviene alla mente in certi approcci anche il lavoro del francese Daemonium, come è innegabile non rimanere catturati dal funebre e maestoso approccio Death Doom, a simboleggiare tutta la pesantezza di un fato che non è possibile evitare, dove la coscienza di una vita che si affievolisce, possa rendere più leggera l’angoscia per le possibilità fuggite o rifiutate in precedenza.


Comprenderete quindi come sia assolutamente complicato poter trattare con pienezza, questo gioiellino dalle tinte cosi varie, sfaccettate, dove i drappeggi vellutati, si intridono di cosi tanti strati e colori vari, in un caleidoscopio di emotività, sentimenti, valori, simboli, temi e suoni, con una vocazione teatrale senza precedenti, vedasi l’ottimamente strutturata “Enveloped By A Conquest’s Shadow” e la successiva “Subsidence”.


Un combo che ha una grande idea in mente e che egregiamente è riuscito nell’impresa di completarla mirabilmente, prendendoci, ammaliandoci ed incantandoci in questo miraggio che è il comprendere il senso della Vita.


Il sipario cala, la mano è calata; gli Inner Shrine escono vittoriosi, fulgidi di una bellezza che esce dalle regole, dal rispetto delle logiche attuali, fuori dal tempo e creano un Capolavoro!


Akh

Hinthial ( Demo Tape Autoprodotto 2021e.v.)

1.Raśna Sval   07:07 

2.Fanum Voltumna   06:49 

Durata: 13:56

HINTHIAL. – Piuttosto che nome di una non precisabile divinità infera etrusca – come si è supposto in passato -, hinthial è da considerare come equivalente in etrusco di sostantivi greci quali εἴδολον, σκιά e simili, con significato di “ombra”, “immagine”, “anima”. (cit. Enc. Treccani)

Dopo i laziali Velch, quindi un altro combo che si palesa nettamente in chiave delle origini, anch’essi con cognizione di causa essendo della più che celebre Volterra (antica Velathri). Qui sicuramente andando ad adempiere maggiormente un percorso di riscoperta del ricco Pantheon e quindi incentrando completamente le liriche a questo interessantissimo tema.

Musicalmente il Demo in questione, ha precisi aspetti da sottolineare, il primo è che sicuramente viene abbracciato una tipologia di Black Metal vecchia scuola che è da rimarcare in toto, in quanto in nessuna maniera tradisce le aspettative o ci sono spaccati di natura differente, solo ed unicamente un’infernale discesa nelle alcove fumiganti del mondo sotterraneo.

Nel brano di apertura troveremo già le carte caratteristiche di questo combo: Oscurità, Epicità Nera, Fierezza, e quintali di sulfureo Pathos. Si il nastro in questione abbraccia quasi integralmente il suo approccio verso due situazioni che sono state per molto tempo contigue, ovvero la musica nera greca e la matrice dei Necromass o più marginalmente degli Icehenge, solamente in alcuni frangenti potrei affermare di ascoltare influenze dei primissimi Hades come nell’apertura di “Raśna Sval“.

Nel pezzo appena citato comunque direi che la scuola ellenica ha influito moltissimo, sia per il gusto melodico, sia nel approccio stilistico, direi che si possono udire chiaramente sia le batterie “picchiate”, sia le chitarre con quel classico gusto “zappato” di cui i Rotting Christ erano Maestri e che ha indubbiamente marchiato a fuoco quella matrice; il riffing rimane molto vario e le songs hanno un approccio omogeneo, e questo è sicuramente un punto di forza per questi Hinthial, in quanto dimostrano una personalità notevole che non è facile da ritrovare già dalle prime tape.

Qui non trovo tentennamenti i due brani filano lisci che è una meraviglia, ci sono pure riferimenti ad un certo Speed  Metal che si chiariscono nettamente in brevi vocalizzi della seguente “Fanum Voltumna“, ma il calderone a cui attingono i nostri toscani è di quelli di valore e ogni influenza ben si amalgama con la prestazione robusta della ritmica, che riesce a disimpegnarsi abilmente fra i cambi di registro rimanendo assolutamente fedele a se stessa, mantenendo sempre un approccio brutale e selvaggio, anche nei momenti più  esclamatori e lucumonici.

I giri sempre in bilico, fra pesantezza e dinamica, interagiscono per creare trame dal gusto necrotico, come se fossero li per indicarci la porta che conduce all’oltretomba, che conduce dove le anime giungono mere al cospetto di Tuchulca, dove gli spiriti giungano alle loro origini.

Un Demo inaspettato, ma che mi rallegra assai, assolutamente da non perdere! Una delle migliori sorprese di questo anno.

Mi immagino che un gruppo di questo potenziale stia preparando il proprio esordio, e chissà che dopo i Calvana, il suono  occulto di questa regione non possa elevare i proprio rivoli di zolfo e fiammeggiante e nero splendore.

Dopo anni di attesa un nuovo antico culto torna a noi!

Abbracciamo con passione univoca questa temibile “Anima” e tenebrosa “Ombra…”

Akh

Velch – Inter Sidera Versos (Cd – The Oath Productions / Tape – Wine And Fog Productions 2021e.v.)

1. Nihilistic Messiah

2. Ascension Of The Psygod

3. Renewal Dogma Constellation

4. Spiritual Necropsy

5. Drowning

6. 1750

7. Eroico Furore

Durata: 31.47

Giungono al esordio i capitolini Velch (riferimento di chiara origine Etrusca e del suo ricco pantheon, ma anche della città stato di Vulci situata nel nord del Lazio, le attinenze quindi non possono essere che chiare per l’attitudine che i nostri andranno a manifestare), rimasti in attesa dopo questo lungo periodo di pandemia planetaria.Il loro “Inter Sidera Versos” già si premetteva di alto livello dopo la succosa anteprima, andiamo quindi a completare l’opera di questo terzetto.

Come premesso in precedenza, non ci troviamo certamente davanti a neofiti, basti pensare alle formazioni in cui i laziali militano o hanno presenziato, nomi del calibro di Funeral Oration, Doomraiser, Deviate Damaen, Iblis, Nerodia, Rohesfleisch, ORGG, Serpico,… giusto per citarne alcuni e in aggiunta come session drummer, Mr. Folchitto già con Fleshgod Apocalypse e Stormlord, insomma qua il talento non manca certamente.

Velch si manifesta in una forma leggermente atipica, ovvero, si intuisce chiaramente che detiene influenze, impossibile negare lo strappo iniziale di “Nihilistic Messiah”, una critica aperta e limpida alla modernità, intesa come deturpatrice dello status spirituale del Uomo, in senso puramente ontologico e non, ecco le influenze scandinave escono più prepotentemente proprio in questi culmini, come ad indicare istintivamente quei casi di “straniero” associato alla mercificazione e mistificazione del animo.

L’opener nel suo riffing asciutto e abrasivo ci indica proprio tale manifesto.Ottima la produzione, dove ogni strumento si ritaglia efficacemente il proprio spazio, sia a livello di equilibrio sonoro sia nel supporto al songwriting che rimane vivace e dinamico per tutta la durata del album, il tutto senza tradire o eccedere in iper produzioni che limiterebbero gli assalti nerboruti dei Velch, che indubbiamente saranno una gioia da proporre in sede live.

Con “Ascension Of The Psygod” (che è stata utilizzata come apripista del disco) i Velch incominciano a lanciare i loro reali strali, è vero che inizialmente un efficace giro di scuola primi Moonspell si presenta (vedesi la suggestiva Alma Mater) e quindi con un flavour lievemente folk, ma appena gira la struttura del brano ecco che la vera natura del combo si presenta in tutta la sua prepotente forma, forti di un ottimo songwriting e di un controllo delle dinamiche veramente invidiabili, cosa che trovo in maniera ancor più radicata nella seguente “Renewal Dogma Constellation” che a mio avviso ha le carte in regola per divenire un evergreen del B.M. della nostra splendida penisola.

Non credo di esagerare nella convinzione che S. , Iblis e Zeyros possano tirar fuori un album da elite assoluta, questo perché le capacita compositive li spingono in una direzione con potenzialità enormi, il gusto delle linee melodiche espresse riesco ad irretire molte caratteristiche, quali tensione, dramma, fierezza, e una forte carica epica assolutamente Italica, ascoltatevi gli arrangiamenti di basso e il gusto chitarristico del brano sopra citato e non negate che riescano a raggiungere i picchi assoluti concessi a pochi( alcuni esempi potevamo trovarli in alcuni brani rilasciati dai siculi Visthia o nel esordio dei Black Faith), che gli Aborym rilasciarono unicamente nel celebre “Kali Yuga Bizzarre” (con l’esempio colossale che fù “Roma Divina Urbs”), ecco i Velch riescono con naturalezza disarmante a sprigionare tanta magnificenza senza minimamente rincorrere nessuno, questo mi carica di aspettative immense riguardo al loro futuro, che immagino radiante e radioso.

Giusto per qualificare il mio pensiero, segue una serrata “Spiritual Necropsy”, che si innervosisce ulteriormente nel suo finale, che riesce a sprigionare un risentimento palese veicolato verso una pennata oscura e di condanna verso tutte le corruzioni spirituali che farisei ed imbonitori sembrano oramai elargire con una semplicità sempre più soverchiante.

In “1750” troviamo un ottimo special guest nella veste di Moerke, che conoscerete per i lavori di Vidharr e Opera IX, in questo brano continua la forte vena italica andando vicini ai miei amatissimi Auramoth , quindi un’intensa miscela di furia misterica, oltranzismo sonoro e sentimento evocativo, sprigionando aloni di mefitica seduzione maligna.

Chiude il cd l’altro brano che in sede live mieterà vittime come i carri da guerra sui campi di agnelli; un altro brano che si candida come vertice del’Arte Nera Italica. Devo ammettere che pure l’oscuro vocalismo di S. ben si disegna in questo esempio di cantato in lingua madre, potendo cosi gustare a pieno tutto l’astio che il trio, nutre verso catene e schemi prefissati e coloro che se ne addombrano come serpenti insinuati nei tessuti del tempo.

Un brano che per me è già un Must!!! Altro brano il cui riffing si scolpirà nel Foro.

Trenta minuti in cui i Velch ci illustrano con fervore la loro perizia ed opera, senza lesinare violenza, giustizia, terrore e spirito indomito.In tal senso mi vengono a mente queste poche righe, che credo possano ben racchiudere questo eccellente “Inter Sidera Versos”.

La pendemia degli uomini, non vi arresterà.

Onore a Voi, Velch.

“Se dell’aria si rifugge Tempesta

Vili pavidi, arringano morti

Né Virtù, né fanfare

Colmeranno i loro calici.

Da ciò, Forze si scossero a quella vista

occhi di braci possedean

e Spirito torrido ed Infero

osservando l’orrendo e l’osceno scempio.

Desti, udirono l’Estasi

e il Richiamo nel tonante ruggire dei Cieli

verso quei cariati lanciarono le forgiate Saette…

nella Via…

di un Eroico Furore.”

Akh

Ouija – Selenophile Impia (EP Digitale Autoprodotto – CD Paura Prod. 2021e.v.)

1. Selenophile Impia 07:07

2. Kerberos… Like Hell Dogs 04:21

3. Therianthropic Involution 07:36

Durata: 19:04


Giungono a noi tramite i meandri del profondo underground, i blacksters spagnoli Ouija. Nonostante sia la prima volta che li incontri, hanno un background discretamente solido che affonda le radici direttamente nella metà dei 90’e.v. e ne mantengono fieramente il sentore in questo nuovo EP “Selenophile Impia”, che esce a quasi otto anni dal precedente “Ave Voluptatis Carnis”.


I nostri, si esibiscono con tre brani dal sapore classico, ma che sanno al contempo inserire variazioni al interno delle canzoni, riuscendo ben calibrate e giustamente calibrando momenti più classici a momenti maggiormente armonici, in questo senso l’opener rende già molto bene cosa gli ispanici abbiano da offrire sul piatto.


Un menù che offre una miscela scura e densa di tradizione ellenica nella sua malignità perversa, spagnola con i suoi tipici aromi evocativi e nei momenti più ispidi una spolverata di vecchia scuola “Norge”, come nel caso possiamo notare nella ruvida e selvaggia “Kerberos… Like Hell Dogs”, probabilmente la più nervosa ed asciutta del lotto.


La cosa che possiamo però trovare interessante è la fusione assieme di queste influenze per creare qualcosa di avvincente e che abbia un trasporto verso l’ascoltatore, risultando ortodossi nel verbo nero, ma riuscendo a modularne più sfumature in modo da ricreare un opus da più sfaccettature, che possa andar bene sia per un ascolto classicamente legnato, dove la scelta di optare per una drum machines come la gloriosa scena greca ci insegna, è garanzia di violenza e dedizione alla parte più cruda della fiamma nera, sia nei momenti più atmosferici e sulfurei dove in contrapposizione si staglia prepotente una voce aspra e dall’inflessione grave e minacciosa, sempre quindi senza perdere quella aggressività che il gruppo sa ben proporre.


Ben congeniate le strutture dei brani che passano con estrema disinvoltura, da parti più H.M. o “classicamente Metal, a parti violentissime in Blast Beat, senza trascurare aperture affascinanti dal sapore locale, ascoltatevi bene i giochi armonici fra gli strumenti e la voce in alcuni momenti molto ricchi di suggestione, il tutto rimanendo orgogliosamente Black Metal.


Un lavoretto che quindi può essere ascoltato a più riprese senza annoiare, anzi destando bene sugli arrangiamenti espressi dal gruppo credo si possa dire che questo EP sicuramente potrebbe rotare validamente negli stereo di tutti gli appassionati del genere.


Sicuramente gli Ouija sono stati una valida scoperta, brani come “Therianthropic Involution” sono un ottima summa del potenziale da loro espresso, col suo crescendo di tensioni sublimate in un drammatico pathos per tutta la durata dell’esecuzione.


La vecchia scuola non tradisce e gli Ouija ne sono sicuramente dei degni alfieri.


Akh

Iron Maiden – Senjutsu (Vinile,CD Parlophone 2021ev)

Disc 1

1.Senjutsu 08:20

2.Stratego 04:59

3.The Writing on the Wall 06:13

4.Lost in a Lost World 09:31

5.Days of Future Past 04:03

6.The Time Machine 07:09

Durata: 40:15

Disc 2

1.Darkest Hour 07:20

2.Death of the Celts 10:20

3.The Parchment 12:39

4.Hell on Earth 11:19

Durata: 41:38

Direi che è un buon anzi ottimo album post 80’ev, il riffing è classicamente ispirato e tutto suona molto Iron Maiden di alta scuola.

La produzione farà la felicità degli acquisti, essendo accessibile a più fasce di pubblico, a mio avviso invece è un peccato, perché una produzione più Metal e anche più spinta poteva regalarci un album che poteva stare al confronto con l’epoca d’oro.

Akh

Finalmente il Culto riemerge dai profondi meandri del Tempo remoto!!! EUCHARIST!!! – Shadows (Singolo Century Media 2021ev)

Tracklisting for Eucharist (Sweden)’s “I am the Void”

  1. Shadows 5:04
  2. A Vast Land of Eternal Night
  3. Goddess of Filth (Tlazolteotl)
  4. In the Blaze of the Blood Red Moon
  5. Mistress of Nightmares
  6. Queen of Hades
  7. Nexion
  8. Where the Sinister Dwell
  9. In the Heart of Infinity
  10. Lilith
  11. Darkness Divine
  12. I am the VoidMORE
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