I siciliani Valefar si presentano a noi con un Ep autoprodotto di sei tracce (intro ed outro compresi) di Bm lento ed ipnotico, dall’incedere molto old school sia per approccio che per quanto riguarda la qualita’ della registrazione.
L’arpeggio iniziale ha un atmosfera semplice e melodica volutamente incessante e ripetitiva che vuol essere uno degli incipit della band, su cui la voce rauca e sofferente si manifesta alzando un velo opaco e occulto.
“The Eternal Sleep” ha un riffing dal sapore retro’ e nel suo insieme si fa’ piacevolmente ascoltare, la pecca a mio avviso sta nella staticita’ della struttura e forse negli eccessivi stacchi fra parti acustiche ed elettriche, ma essendo un prodotto d’esordio certi allineamenti sono sicuro spariranno con il maturare dell’esperienza.I brani si susseguono su ritmiche lente e oppressive in cui la melodia ha un ruolo principale anche sfumando certe sonorita’ quasi “suiciderockeggianti” come nel caso di “The God That Not Exist”, ma non fatevi un idea sbagliata delle mie parole, l’atmosfera generale che si respira in questo ep piu’ di una volta mi ha riportato alla mente gli Immortal di “Diabolical Fullmoon Mysticism” piu’ per il suo incedere e per la voce (che ha fortissimi richiami ai primi anni ’90 anche di scuola italica), che per la struttura dei pezzi, come succede che “Perverse Plesure” e “Forsaken” mi riportino addietro di quasi venti anni, quando ascoltavo demo di gruppi dalla produzione approssimativa ma ricchi di pathos, cosa che aumenta nella parti acustiche che trovo assai interessanti e ben congeniate seppur nella loro brevita’.
Un demo onesto, che va preso come prima espressione di un gruppo che puo’ sicuramente migliorare, ma che ha anche interessanti spunti e qualita’, ma che cosiglio di ascoltare ad tutti coloro che hanno un reale affetto per certe sonorita’ ovattate e maledettamente opache, a chi è abituato invece a super produzioni e mainstream consiglio caldamente di starne alla lontana per il bene di tutti, ma posso garantire che anche in certe ingenuita,’ questo lavoro pulsa è ha un anima.
Giungono al secondo lavoro sulla lunga distanza i Vollmond, band lombarda che si è accasata presso la Ars Magna Recordings per far uscire questo “Rituals Of Conquest”, album dalle sfumature Cosmic Black Metal, sia nell’approccio visivo che artistico.
Dopo una breve intro in cui Carmina Burana e suoni distanti si miscelano per aprirci le porta alla dimensione dei mantovani; ci troviamo di fronte così alle pellegrinazioni astrali di “Dawn Of The Limitless Fire” in cui il Burzum (influenza assai importante assieme a quella dei Borknagar per questi ragazzi, che ritroveremo in maniera costante in certi giri) di “Dunkelheit” viene filtrato attraverso il corpuscolo impalpabile che regna oltre l’atmosfera terrestre, dando un forte impulso interiore.
Il brano si sviluppa suadente, molto suggestive le ampie tastiere e lo scream filtrato di Pest che amplifica indiscutibilmente le sfumature costruite per questo brano, che con il riff di chiusura mi riporta alla mente il Black Metal fortemente Blues dei Glorior Belli.Sicuramente i Vollmond fanno dell’intimità la loro arma principale, per la quale asservire le proprie abilità, tutto gira e viene creato per indurre l’ascoltatore in questa fase di trasporto come si nota pure nella successiva “Mournful Ascension” con il suo alternarsi ritmico, che risulta come un unico flusso su cui le variazioni quasi hanno poco conto rispetto alla sensazione che viene ricreata, i validi camei di chitarra solista e gli arrangiamenti di tastiera (realizzati dal buon Peter già all’opera con gli ottimi Blaze Of Sorrow) e batteria servono esclusivamente ad esaltare la loro capacità di evadere certi concetti fenomenici e trascendere oltre lo spazio, per certi aspetti potrei accostare micro schegge degli Eclectika di “Lure Of Epheral Beauty” oppure le migliori tastiere di Triste L’Hiver o certo incedere spaziale dei Progenie Terrestre Pura, il tutto con un approccio B.M. molto più incisivo rispetto ai transalpini e con maggiore dinamismo rispetto al canadese ma senza gli accenti progressivi dei P.T.P.
A tratti nel songwriting affiora una sensazione di deja vu, cio’ forse è l’unica pecca che trovo in quanto tutto gira molto bene, e che la mia mente trovi forti similitudini con riff legendari del panorama B.M. non rende giustizia al lavoro d’insieme che i Vollmond ricreano e sciorinano per tutta la durata del disco, anche perchè le dilatazioni sonore che sanno ricreare permangono affascinanti ed avvolgono assolutamente nei loro momenti d’apice e lo spaccato strumentale “Silent Domination Of The Beyond” è sintomatico di ciò, come lo sono tutte quelle soluzioni che si manifestano nel cuore pulsante dei vari brani e che indicano come questo gruppo possa in realtà trovare linfa vitale in se stesso per le proprie peculiarità e la title track ne dimostra le ampie potenzialità.
La validità della proposta bisogna ammettere che è resa ottimale pure dalla produzione a cura di Magnus Devo Andersson (Marduk) e al validissimo missaggio di Peter, che a mio avviso hanno saputo trovare un bilanciamento davvero encomiabile, in maniera che tutto possa suonare come fosse un corpo unico senza rendere uno strumento invasivo rispetto alla visione di insieme, divenendo un ottimo tocco personalizzante in cui si può chiaramente intuire cosa sia Vollmond e il suo Kosmos.Se mai vi foste chiesti come avrebbero suonato i primi Dark Funeral in un mid time la risposta la potreste ritrovare nella svedeseggiante “Outer Darkness”, in cui l’oscurità si candida a paladina per le evoluzioni introspettive della band, riuscendo bene ad essere crudele e affascinante, incisiva e sognante grazie al break arpeggiato ed al suo finale riflessivo; mentre la chiusura viene dedicata ad un frangente che arriva al limite della Dark Ambient, in cui chitarre effettate e sintetizzatori vanno a tessere un lugubre trattato di morte (non a caso il titolo: “Death Manifestation”), dove echi e sonorità nere si avvolgono in maniera asfissiante, come se si cercasse di comprendere lo stato di ipotermia che si troverebbe ad affrontare un viaggiatore nelle lande vuote dell’Universo.
I Vollmond possono ancora crescere; il talento sicuramente è dalla loro parte, le soluzioni scelte pure e in questo “Rituals Of Conquest” si trovano già frangenti coinvolgenti e da gustare pienamente.Se amate fissare l’astro argentato ed i suoi mari desolati, se il vostri inconscio va a sondare le vaste dimensioni notturne, se la vostra mente adora veicolarsi per dimensioni lontane alla ricerca delle profondità dell’oscuro infinito; i Vollmond sono l’ideale…
1. Evernight 02:48 2. Flammifer 07:07 3. Old Mornings Dawn 09:29 4. The White Tower 09:35 5. Caradhras 09:32 6. Of Pale White Morns And Darkened Eves 08:22 7. The Wandering Fire 08:02 8. Earthshine 09:32
Durata: 01:04:27
I Summoning già da due decenni sono il più fulgido riferimento per tutti gli amanti del mondo tolkieniano o Fantasy in ambito Black Metal; fino dal loro esordio primitivo e ruvido “Lurzburg” (titolo che mi intrigò immediatamente fin dalla sua uscita) il concept dello storico duo si è mosso unicamente fra le lande oscure della Terra di Mezzo, creandosi con il passare del tempo legioni intere di orchetti seguaci, fedeli alle loro orchestrazioni sinfoniche che vagavano fra i tempi agitati, luoghi misteriosi o battaglie senza mercè, rimanendo sempre fedeli alla loro bandiera.
Per questo la notizia di un nuovo titolo degli austriaci ha immediatamente scaldato migliaia di cuori neri e noi in redazione ci siamo indubbiamente arruolati per trattare questo “Old Mourning Dawn”.C’è anche da menzionare come i nostri siano stati sempre una pedina atipica nello scacchiere di quella promettentissima scena austriaca della metà degli anni ’90 che poi forse ha un po’ disilluso le attese.
Tornando ai giorni d’oggi il passaggio di un lustro dal precedente capitolo, non ha minimamente modificato i tratti somatici del gruppo, restituendoci Protector e Silenius in forma smagliante e fin dall’eterea introduzione “Evernight” in cui il bisbiglio sommesso nella notte di un’elfa che mormora di minacce e moniti che giungono dall’Est, ci dimostrano quanto ancora ci sia da scandagliare fra le leggende di J.R.R.Tolkien.
Una volta entrati nel loro universo e calati fra le lande del Gorgoroth non vi è modo di uscire dall’incantamento dei Summoning, “Flammifer” possiede le massime caratteristiche del progetto, tastiere oscure e sognanti, percussioni tribali e ossessive dove le urla distinguibili del duo svolgono quell’effetto di contrasto tipico in una sfida al mondo luminoso dei Valar di cui il ricordo echeggia nei richiami delle grandi aquile e nel nome della Fiamma dell’Ovest.
Gli arrangiamenti sono molto in linea con una certa ricerca musicale medievale, in cui sui temi principali vengono sovrapposti altri giri melodici e ritmici in maniera da creare un ragnatela di colori ammaliatrice e unica come accade anche in “Old Mourning Dawn”.
Qualcuno potrebbe affermare che i Summoning giochino sempre con le medesime soluzioni e scale, ma è solamente l’orecchio di un profano e miscredente, l’Arte di questi musici è da considerarsi assolutamente in altra maniera, e ad essere precisi ci sono veramente mille arrangiamenti in queste note senza tempo che suonano inediti e che riescono a dare nuovo respiro alle trame di queste due anime incatenate al destino del Unico Anello, come succede nella sopra citata intro o nei cori imponenti della title track o nel suo stacco recitato, ma potremmo citare pure il nuovo spirito vocale trasmessoci nella conclusiva “Earthshine” in cui traspare una vena maggiormente “pulita”.
Il tutto suona epico hai massimi livelli, i fiati, le chiarine, i tappeti di tastiera, per paradosso portano a picchi ascendenti straordinari e ci indicano quanto questo progetto sia oramai un polo indiscutibile ed unico per questa sezione del metallo nero, in cui le moltitudini di seguaci che vorrebbero ripercorrerne le orme finiscono con le ossa schiantate sui basamenti della loro Torre.
Anche la produzione percorre un movimento inedito, che da una parte mantiene fede a tutti gli stilemi del combo austriaco, dall’altra ne riesce a sviscerare una forza (quasi tridimensionale) dei suoni, come se l’uscita della trilogia di P. Jackson abbia illustrato come la tecnologia possa ampliare i dettagli pur mantenendo inalterato il mistero e la forza della proposta, ci troviamo quindi di fronte a suoni che rispecchiano i sintetizzatori anni novanta, sfruttandone il massimo potenziale, con una grandissimo risultato fonico (anche le chitarre hanno modificato il loro impasto come ci dimostra “The White Tower” mantenendo altissima la qualità dello standard proposto), in cui non si perde neanche una foglia del pathos magico che da sempre fuoriesce in questa sede.
Come non farsi rapire da una “Caradhras” dagli accenni orientaleggianti, in cui si percepisce come l’anima della montagna si sia fatta irretire dalla lunga esposizione a levante; le cornamuse e percussioni giocano assieme intrecciandosi con la linea di chitarra e l’alternarsi di pianoforte e suggestivi cori in un incedere mastodontico su cui le vocals si stagliano isteriche e scevre, tanto da riportarmi alla mente quei demos sepolti negli scantinati più di quattro lustri fa.
Sovente vengono miscelate soluzioni differenti di batteria e situazioni tribali trovando un’insieme vincente fra ambientazioni e durezza di suono, cosa che possiamo ribadire grazie ad “A Pale White…” dove viene inserita una linea di drums senza altri arricchimenti, in cui far sfogare tutta la violenza degli screams infernali degli Spettri dell’Anello, in quello che si potrà definire l’ennesimo “classico” della band; gli intrecci e le orchestrazioni dei Summoning sono e rimangono di un livello altissimo in ogni istante di questo ascolto.
La cosa che maggiormente mi continua a far riflettere e come questo disco (come tutti gli altri della loro grandissima discografia) sembrano esser realizzati come per illustrarci un viaggio, quindi trovando sia soluzioni di sottofondo, che indicandoci dettagli di bellezza infinitesimale e questo succede pure nella meravigliosa “The Wandering Fire” dove è veramente facilissimo farsi trasportare e librarsi in maniera trascendente dall’odio dell’Unico Occhio e dal suo progetto incatenante (andatevi ad ascoltare il pezzo dedicato all’Anello e percepite come sia una brano che non ha similari in tutta la loro produzione, risultando “Unico”).
La melanconica “Earthshine” chiude questa ora abbondante di scorribande, scontri leggendari, corse nei passi del Cirith Ungol o nei sogni ambiziosi di stregoni e sovrintendenti, su cui il padrone del Wich King soprassiede sprezzante sognando quando le sue nubi copriranno lo scintillio di Arda.
“Old Mournig Dawn” si dimostra essere l’ennesimo colpo vincente di Silenius e Protector, in mezzo ad una discografia impressionante per qualità e bellezza, dirvi che andrà di diritto nella mia personale Top 5 di fine anno mi pare sicuro, come sicure sono le vestigia di Tolkien in mano a questi austriaci; che risaltano in un mondo musicale apatico e talvolta noioso per sapersi inserire in uno spazio al di fuori dal tempo.
Tutto ciò che i Summoning ci hanno sempre dimostrato e regalato è una imponenza sonora senza eguali, il saper intrecciare in maniera personale un pantheon non semplice e ricchissimo di sfaccettature, in cui il duello fra Luce e le Ombre non è questione di anni, ma di Ere; in cui sogni ed incubi di alternano senza riposo nel ricordo di un Vecchio Oscuro Tramonto.
La Cripta è stata inviata alla anteprima del Full d’esordio di Serpico, progetto musicale romano, realizzato da Giulio S. Marini, attivo da anni nel movimento Metal nazionale e pienamente stimato per l’attività svolta a 360 al interno della scena.
Quindi lanternino e attenzione a dove si mette i piedi… incominciamo la discesa…
Psychedelic Drone con questo termine questo progetto musicale si manifesta a noi e si indirizza in quella fascia di ascolti che va da SUNN O))), BORIS, OM, GIOBIA, UFOMAMMUT, ma oserei direi anche di più; perche le influenze sono molteplici e ben miscelate fra loro, io direi che potremmo inserire anche nomi di Shabda, The Obsessed, St.Vitus, Esoteric e tutte quelle forme sperimentative leggerine come kilotonnellate.
Di quanto appena espresso ne da un evidente saggio iniziale la catacombale “The Dark Eye Of Rome” il cui animo scurissimo varia intonazioni che il alcuni passaggi sfiora anche ambiti Funeral e Black Doom oltre a reminiscenze rivitalizzate e iperproteiche dei secolari Black Sabbath.Il suono è principalmente espresso da una chitarra che unisce quei tratti legati alla vecchia scuola Doom Metal che evolve nella sua evoluzione più moderna la Drome Music, variando a seconda dell’impronta emotiva che desidera sondare, non di rado appaiono affiancati ad essa suoni ipnotici, che delineano quelle connotazioni settantiane (con accenti anche prettamente Rock e Blues, che sfiorano l’insieme senza però fissarsene in maniera netta o definita) che potrebbero essere figlie delle elaborazioni liserigiche o forse come potrebbe apparire più consono in questo caso da elaborazioni mentali che si spingono oltre la propria deriva.
Il che ci porta indubbiamente a comprendere che questi suoni sono per Serpico, un percorso, una via, una ricerca interiore oltre che musicale, già robina che traspare in maniera forte nel finale di “Il Monsignore Nel Chiostro Delle Vergini” e con la seguente “Pater Metamorphosis “ che si apre in maniera notevole in una visione suggestiva e quasi sacrale, sulle quali la voce caratteristica e indomita di A.G. Volgar dei Deviate Damaen (uno dei guest di gran lustro presenti in questo album, assieme a Iblis già nei Funeral Oration e Necro dei Necroshine impreziosiscono validamente questo limbo sonoro senza confini apparenti) riesce a valorizzare e dar risalto in maniera magistrale, a questo mood perfettamente in bilico fra condanna ed espiazione.
Ci rimane l’ultima “Eremo Di San Michele” che torna per certi versi a chiudere il cerchio aperto con il brano iniziale, ma se vogliamo nelle leggende cattoliche, S.Michele è colui che inflisse la sconfitta a Lucifero l’Angelo Ribelle, relegandolo agli inferi come Satana… che sia questa la metafora esplicata con questo 1978?
Potrebbe essere, sicuramente posso dire che questo ascolto in anteprima ha espresso dei valori, artistici, musicali e propriamente personali che vanno ben oltre la media delle uscite attuali, quindi non posso far altro con consigliarvi di ascoltarlo, non solo se siete amanti dei gruppi sopra scritti, ma anche se la vostra visione epurativa incontro ad un insieme che privilegia le forme d’arte.
Si perché tutto ciò che di nero, scuro, macilento, psichedelico, si possa muovere sotto queste note, è una chiara e notevole esperienza personale trasformata in una nuova strada, una metamorfosi sonora che non posso esimermi dal apprezzare.
Mysterium Iniquitatis gruppo nostrano, dedito a soluzioni elettroniche e ambient, si presentano con un mini concept “Elohim’s Ascension”.
Il suono è una ricerca personale, dove si intende ritrovare l’equilibrio fra il dolore e il cinismo, una realta’ fredda si propaga immediatamente con l’opener “Human Creation”, dove sembra che l’umanita’ sia solamente un freddo contributo al piano del Kosmos.
La seguente “Astral Suicide” si cala in un tunnel cosmico dove il freddo continua a segnare la strada di questo concept, suoni dilatati parlano di un infinito che solo in determinati stati d’animo è possibile ritrovare, pezzo davvero notevole.
Un po’ di calore si intravede, quasi per paradosso in “Machine Abomination God”, dove un cello pero’ da forma ad un intreccio oscuro, che si miscela con somma lentezza alla morte, per ritrovarsi di fronte alla stessa entita’ elettronica che da vita a tutto questo viaggio.
“Unchained AntiMateria” ha un ritmo portante da marcetta marziale, disturbato da distrazioni elettroniche, che cozzano metaforicamente fra le due correnti energetiche, tornando ad una desolazione di fondo che da sempre si sente in questo lavoro e che è il vero trademark di questo concept.
Chiude “Human Extinction” piccolo delirio, che manifesta la volonta’ di andare oltre questo stato di cose.
In definitiva un prodotto particolare fatto con un trasporto e al tempo medesimo una cinica lucidita’, dove non c’è spazio per la follia della vita.
Rivolgo i miei piu’ sentiti complimenti a Minstrell e al suo progetto, per aver saputo creare tanta glaciale visione.
Un viaggio astrale dove il buio è l’unico panorama possibile!
Formatisi nel 2011e.v. in quel di Värnamo (Svezia) giungono al esordio i Dethrone grazie alla HoboRec. Che tira fuori dal cilindro questo “Humanity” che ci rende bene che tipo di temperatura musicale tiri dalle loro parti.
I ragazzi partono immediatamente con il piede pigiato sul acceleratore infilando il pezzo più veloce del disco un incrocio fra suono “Made in Sweden” e pennate Thrash Death dinamitarde e violentissime in cui si esaltano immaeditamente le caratteristiche vocali di un ottimo Mattias Vestlund e del batterista Simon Lundh che sostiene i ritmi egregiamente, sia che si trovi di fronte a chitarre melodiose o a riff asciutti l’apporto della doppia cassa rimane presente e ben godibile, facendo si che “Dead Eyes Open” risulti convincente e fra le mie preferite in assoluto anche per quel piglio scuro e le accelerazioni ai 200/Km all’ora.
Certo che senza manco rifletterci ci ritroviamo fra i denti un’ altra granata esplosiva dal titolo significativo di “Blood Red Dawn”, che riesce a ben coadiuvare le influenze Slayeriane a parti maggiormente “core” in cui sfracellare ritmiche tritatutto (soprattutto ai danni della mia povera cervicale) in cui il trio Kenni (basso), Jonas e David (chitarre) non hanno voglia di far prigionieri esibendo immediatamente l’arteglieria pesante.
I Dethrone non sembrano per niente incerti, la seguente “Deathwish” ci propone infatti una cavalcata ritmica asciutta ed efficace,su cui movimentare certi momenti della giornata e la voglia di urlare in faccia al primo passante diventa quasi irresistibile e certamente “Greed” con il suo riffing mortifero non aiuta a trattenersi grazie alle bordate in pieno stile Death Metal scandinavo che vengono piazzate sapientemente; anche nelle parti midtime sembrano panzer inarrestabili aggiungendo quel pizzico di melodia nel contesto che fa la differenza, quando si deve tornare e pestare di brutto e “Forced Paranoia” ne è la riprova certa di tutto ciò ed inserendo anche contaminazione di matrice maggiormente moderna e con accenni dissonanti, pur mantenendo totalmente inalterato lo stato di belligeranza D.M., molto affascinante lo stacco quindi in cui un arpeggio crea la base per un crescendo vocale di spessore ed incisivo per poi ribadire certe parti convulse e dissonanti.
Con “Towards The Abyss” mi si riporta alla mente certi A Canorous Quintet di “…As Tears” (enorme mini che dovreste ascoltare almeno una volta se amate il D.M. svedese), in cui alle ritmiche tritaossa si miscelano soluzioni tipicamente Sweden che lanciano ennesimamente la voce ficcante, per poi aprirsi in una parte centrale di stampo classico ma che certamente farà godere gli amanti di queste sonorità.
A questo punto mi pare oramai certo che quando si parli di cali o anacronismo in merito del Death Metal scandinavo gli operatori e le label non tengano in conto di questo esordio, perchè detto fra noi qua di sostanza ce nè a bizzeffe, la voglia di sfasciare grugni anche, in una certo qualsenso si dimostra una buona dose di personalità pur rimanendo addentro ai confini del genere, ma con un piglio maturo e assolutamente da sottolineare per energia sprigionata.
Certo che se amate lo spirito di gruppi come At The Gates, Slayer, The Haunted, ecc.. i Dethrone faranno sicuramente per voi, da rimarcare come la sezione ritmica supporti il riffing delle chitarre andando in loro vece quando le parti armoniche dipingono i loro tratti, ispessando ed inrobustendo la struttura stessa del brano mantenendo il tutto grintoso e solido come in “Hell Before Hell” e nella conclusiva “When I Decide” in cui fa capolino nel bordello musicale quell’accelerazione ritmica che a mio avviso è un arma in più per questi gruppi che sanno dosare sapientemente violenza ad ad impatto e variazioni ritmiche, inserendo con piccole dosi anche accenni malinconici e riflessivi come accande nel caso della canzone in chiusura di cd dove trova si ritaglia uno spazio solista pure il basso con una eccellente trama, per poi lasciar strada libera alle sei corde ed a un finale agrodolce, che ci fa comprendere quanto potenziale possano avere anche per il futuro gli strumentisti di Värnamo.
Devo ammettere che quest’anno ho avuto grandi sorprese da questo genere e i Dethrone sono indubbiamente fra queste; disco da cercare e gustare ripetutamente, non vi verrà certamente a noia, anzi credo fermamente che se manterranno queste credenziali presto sentiremo parlare con ottimi responsi di questo gruppo.
Ci tengo a realizzare questa citazione in calce nel libretto: “Humanity Will Collapse Under The Weight Of Despair And Decadence Darkness Will Not Fail”… sicuramente i Dethrone non hanno fallito.
1. In The Sign… / Dark Funeral 24:33 2. The Secrets Of The Black Arts 40:53 3. The Secrets Of The Black Arts (Unisound Version) 31:50 4. Vobiscum Satanas 35:06 5. Diabolis Interium / Teach Children To Worship Satan 01:03:29 6. De Profundis Clamavi Ad Te Domine 01:01:48 7. Attera Totus Sanctus 42:51 8. Angelus Exuro Pro Eternus 47:16 9. Where Shadows Forever Reign 45:38 10. Live In Buenos Aires 2006 01:05:15
Durata: 07:38:39
Beh… la Cripta deve riconoscere che al monicker Dark Funeral è particolarmente legata, sarà perché quando venne alla luce con l’omonimo Ep, riusci ad accaparrasi quel estratto di furia e colante oscurità, sarà perché Blackmoon aka David Parland ha letteralmente inventato un modo di scrivere riff che ha influenzato molto più di quanto gli estessi etimatori della Fiamma Nera possa credere.
Vuoi perché compresi decisamente quale fosse la strada da seguire (assieme a “The Somberlain” furono i lavori che mi spinsero con la loro carica interiore a votarmi completamente al Black Metal), e sempre loro mi indussero verso lidi di violenza cieca ed aberrante grazie ai primi due epocali album.
Cosa bolle in pentola dunque dietro al gruppo di Lord Ahriman? Niente di cosi trascendentale in realtà… i giustificati festeggiamenti per i 25 anni di attività…
Quindi ci aspetteremmo che i nostri Cavalieri della Morte ci offrano qualcosa di succulento, blasfemo, feroce, innovativo regalo per noi che li onoriamo con Fedeltà ostinata… nonostante i flop consecutivi che oramai da molti anni hanno saputo inanellare nella loro discografia.
Ebbene… Niente di tutto ciò… abbiamo solamente uno sterile Box Set.. con la ristampa integrale di tutte le uscite di questi 25 anni di sinfonie sataniche, niente di più niente di meno.
Adesso tenendo conto che, si passa dagli storici ed inossidabili e certamente, fondamentali esordi, ad un discreto Diabolus Interium, la verità è che da li in poi trovare qualcosa di valido nei seguenti album è roba da certosini incalliti. Quindi a chi può interessare questo box? AI maniaci incrollabili o ai nuovi discepoli ammaliati dal verbo del Funerale Oscuro…
Neanche la copertina di colui che ha saputo donare tocchi di Magia Nera alle opere richiestegli riesce ad emozionarmi… sembra tutto un freddo e puerile riciclaggio senza la minima fantasia o peggio impegno.
Cosa dire se nonché una piccola, sterile, operazione di marketing totalmente e completamente INUTILE!
Era da una vita che non mi ritrovavo ad ascoltare uno split cd, precisamente quella piccola perla underground di “Jesienne Szepty” ad opera dei polacchi Sacrilegium / North.Stavolta questa operazione e di fattura nostrana da parte dei siciliani Krowos e dei liguri Anar, che giungono per regalarci undici minuti di puro ed incontaminato Black Metal; nella sua specifica guardante al periodo aureo ‘92e.v./’95e.v., a detta di molti il vero periodo “Nero” del B.M.
Certo un brano a testa è poco per vedere le potenzialita’ dei due gruppi, ma a mio avviso dovremmo valutare questa uscita completamente con occhi differenti; ovvero inserire il cdr e ascoltare le vibrazioni intense che questi due artisti hanno saputo ricreare; vibrazioni si, in quanto i due pezzi in questione sono due piccole perle underground colme di passione e forte omaggio alle pulsioni viscerali che il B.M. elargiva in maniera copiosa circa tre lustri fa.Krowos è il progetto solista di Frozen (ad eccetto per le vocals di Tsade) gia’ con Valefar, Arcanum Inferi (ascoltatevi il loro “Ars Hermetica” se adorate sonorita B.M. della vecchia Svezia,non ve ne pentirete), Lylium, ecc.., e lo ritroviamo a far fronte a tutti gli strumenti.
“Simulacrum’s Damnation“ incomincia con inserimento di due chitarre sovrapposte che tendono a ricreare dissonanze semplici ma disagiate, come a paventare il tendaggio della dannazione del simulacro, fino all’arrivare all’interno della sua essenza; ovvero il fuoriuscire di un riffing velatamente melanconico ma essenzialmente crudo come la vecchia scuola norvegese ci aveva saputo donare (la buona cosa è che questo brano ha valenza propria non rispecchiandosi negli altri gruppi di Frozen, quindi avente una propria identita, cosa che mi fa davvero piacere), su cui le vocals corrosive vanno ad innestare un’idea di agitazione, alterazione e pura essenza (grazie anche all’espediente volutamente e ben esercitato di sovraincidere parti vocali drammatiche e lievemente fuori tonalita, in maniera da evidenziare ulteriormente il messaggio intrapreso dalla band), i ritmi non cambiano rimanendo stabili per tutta la durata della canzone, ed il riffing mantiene perennemente la sua forza espressiva pur senza eccedere in soluzioni troppo articolate ma avendo il punto di forza proprio nella semplicità e nel pathos che in fondo ha quasi un senso liturgico, divenendo un inno alle forze notturne, suonato con indubbia fede e decisione.
Di Anar (progetto di Magus) so’ esclusivamente che hanno realizzato tre demo prima di uscire con questo split, ma purtroppo non ho avuto modo di conoscerli, quindi mi fermero’ all’impressione di questo “Griping The Black Sceptre”; gia’ il titolo mi riporta a mente intestazioni di altri tempi e mi cala assolutamente bene, soprattutto perchè la canzone è fantastica nella sua selvaggia e semplice visceralita’, il tessuto sonoro è un connubio impressionante di Sacrilegium ed Emperor (periodo “Wrath Of The Tyrant”), percio’ andando a prendere a mio avviso il meglio di due scene (quella polacca e quella norvegese) e riuscendo a fonderle assieme creando un vero pezzo di “grezzo” e purissimo Black Metal.
Non casualmente mi è tornato a mente lo split ad apertura di testo, in quanto se questo fosse lo spirito di Anar, potrei dire di aver finalmente trovato l’erede dei Sacrilegium (combo che mai è stato giustamente considerato da parte dei fanatici del settore, ma che in poche uscite ha saputo scrivere pagine fondamentali e decisamente degne di nota), cio’ per me è veramente un grande apprezzamento, il saper ricreare quell’alone mistico, silvestre, indomabile e primitivo è roba non da tutti, ma in questi cinque minuti il sangue nelle vene è scorso piu’ veloce e la mente si è aperta a visione che da molto tempo erano sepolte, sia grazie al riffing melodicamente trascinante ed irruento, sia alle vocals acide e cariche di tensione al punto di ricordarmi il giovane Ihsahn; un immersione totale nel mondo ordito da divinità agresti, dove la percezione della natura e dei fauni esce in maniera prepotente.
Se siete dei fanatici di certi suoni, di certe attitudini, se gongolate nel tirar fuori pezzi di spessore dalla vostra collezione e ricordarvi le emanazioni che vi hanno saputo elargire, contattate le band, ed avrete due nomi da conservare gelosamente nello scrigno nero (il fatto che il cdr sia limitato a duecento copie è solamente un incentivo).
Undici minuti di incontaminato sotterraneo Black Metal primordiale, vi attendono!
Con questo “No God – No Satan” i francesi Otargos giungono al loro quarto album; da tempo li attendo, in quanto trovo che abbiano tutte le carte in regola per riuscire a sfornare lavori di livello assoluto, quindi aspettavo questa uscita come una sorta di esame di maturita’.
S’incomincia subito a buoni ritmi, se da una parte le influenze svedesi sono tangibili, è anche verissima la personalita’ con la quale viene suonato ed arrangiato il materiale e i primi tre brani ne sono un buon esempio:
Ritmiche incisive, riffing efficace e perizia tecnica sono il biglietto da visita di questo gruppo; cosi ne viene fuori una “Hoax-Virus-God” intro deciso e percussivo, seguito a ruota da “Cloning The Divine” (di cui è stato realizzato un ottimo video) in cui i nostri manifestano la bonta’ di quanto prima esposto e “Worship Industrialized” brano su cui i francesi spingono molto ed a tratti si senta lontane reminiscenze Morbid Angel.
Peccato che non mi siano stati inviate ne’ informazioni, ne’ artwork (consuetudine che si sta espandendo purtroppo), dovendomi accontentare del solo file mp3, questo lo dico perche’ a lungo andare i ritmi del gruppo incominciano a placarsi ritagliando spazi pesi e inquietanti, che pare seguano un filo conduttore dovuto al concept, ma che purtroppo ribadisco non conosco, quindi rimanendo a volte con l’amaro in bocca per le alte aspettative che investo negli Otargos.
Comunque il cd segue con una buona “Hexameron” e il grave intermezzo di “I, Flesh Of God” in cui affiorano mid tempos da puro headbangig, in cui arrangimenti dissonanti fanno risaltare l’anima cosmica e aliena di cui il gruppo è investito, buone pure le vocals nel suo insieme che ben tengono la tensione in senso generale dei vari andamenti del disco.
Si torna a picchiare piu’ decisamente con “Origin” in cui la seconda chitarra svolge un lavoro nascosto ma avvincente, in cui si percepisce che l’andamento che lavoro prende una piega differente, piu’ ragionata e cinica, seppur vitalizzata da un ottima produzione che nella sua pulizia comunque ben evidenzia la potenza delle composizioni; torna ad alzare lievemente i ritmi “I, Blood Of Satan” ma è con “XXI (The Pathological Mass)” che i nostri ci regalano un brano in cui ci sono tutte le caratteristiche di questo “No God, No Satan” risultando fra i brani piu’ completi; chiude sulla stessa falsariga la lunga “The Hulk Of Conviction And Faith”.
Tutto sommato questo album è un buon lavoro con pezzi che se pompati a tutto volume danno il suo motivo per esser apprezzati, ma purtroppo è lontano dall’apice che mi attendo da questo combo francese, in quanto hanno veramente tutto per sfornare un grandissimo cd.