Burzum – Belus (CD Byelobog Productions 2010e.v.)

-Leukes Renkespill (Introduksjon) 00:33

-Belus’ Død 06:23

-Glemselens Elv 11:54

-Kaimadalthas’ Nedstigning 06:43-Sverddans 02:27

-Keliohesten 05:45

-Morgenrøde 08:54

-Belus’ Tilbakekomst (Konklusjon) 09:37

Durata:50:30


Torna dopo lunghissimo tempo ed un’infinita attesa (da parte di coloro che nell’arco degli ultimi quindici anni si sono avvicinati alle sonorita’ del Black Metal) Burzum; fra i piu’ noti ed influenti act del mondo della musica estrema degli ultimi venti anni.


Dopo i notissimi fatti di cronaca e scontata la lunga pena, in molti si chiedevano come il “Conte” avrebbe affrontato il suo rientro sulle scene, tenedo conto che l’ultimo album vero usci’ nel ’96e.v. con “Filosofem” e che il Black Metal ha evoluto le sue sonorita’ e che la Norvegia non è piu’ nella sua epoca aurea.


Inutile negare che i cambiamenti ci sono stati, il primo dei quali lo si puo’ notare immediatamente con il cambio del leggendario logo; la cosa che non è minimamente cambiata è polemica che Burzum si accompagna ormai da anni e che si è manifestata con il cambio di titolo dell’album in questione, da “Den Hvite Guden” tradotto “Il Dio Bianco” in “Belus” divinita’ solare dell’Europa antica.Lasciandoci alle spalle tutto cio’ che è chiacchiera superflua, mi accingo ad ascoltare finalmente la Musica, l’Anima e lo Spirito di questo album.


La corta introduzione mi fa’ visualizzare il disegno presente in “Det Som En Gang Var” del Dio dall’occhio solo, ma subito prebde posizione la forza trascinante di “Belus’ Død”; pare che il tempo non abbia scalfito minimamente Varg ed il suo estro, nonostante si vociferi che la maggior parte sia materiale inedito degli anni ’90.
Questo brano ha in sè tutta la forza espressiva per essere a mio avviso un altro cavallo di battaglia, le melodie si stampano immediatamente nell’animo e una certa ritmica di stampo “Snorre”, fa’ si che questo risulti uno dei pezzi piu’ trascinanti di questo album.


La cosa piu’ sorprendente è l’abbandono dello screaming lacerante di cui Vikerness era capace, per adottare linee vocali piu’ scure e poliedriche (molto piu’ usate anche la voce pulita, che rende in verita’ un pathos ed una carica epica che è uno dei punti salienti di “Glemselens Elv”, “Kaimadalthas’ Nedstigning ” e di “Belus in generale).
Nello svolgersi del disco, ritrovo sorprendentemente un sentimento da troppo sopito ed inspiegabile, un’alterazione dello spazio/tempo, come se ascoltando si creasse un varco di sospensione temporale in cui esiste solamente il mio pensiero e la musica e credo fermamente che sia cio’ a rendere immenso come “Artista” Varg Vikerness, un tessitore istintivamente grande di emozioni e energie ataviche.


Ci sono anche parti piu’ ossessive e che si rifanno piu’ direttamente ai primi lavori di Burzum e alle influenze Thrash/Death di stampo tedesco basti ascoltarsi “Kaimadalthas’ Nedstigning” e “Sverddans” a cui comunque vengono affiancati riff di stampo quasi folk (quest’ultima ennesima influenza che emerge chiara, donando ulteriormente spessore alle canzoni) componente che ammalia ed irretisce sembrando la giusta conseguenza di un evoluzione musicale ed ideologica per questa band.

L’ossessivita’ ed il ripetersi di certi riff ha quasi un valore mantrico, in cui si viene veicolati nel viaggio fra la morte e la vita di Belus, che è il concept di questo lavoro; inoltre da segnalare come le venature piu’ oscure prendano una piena piega solare, sprigionando energia luminosa fin nelle sue piu’ recondite sfaccettature, “Keliohesten” ne è un esempio di straripante folgore, di incontrollabile ascesa.


Ogni nota di “Belus” trasuda potenza innata, non violenza, non inutile perversione, ma una forza divina catartica di cui non possiamo che accettarne il segnale e la presenza, come ampiamente dimostrano “Morgenrøde” e “Belus’ Tilbakekomst”.
Se è possibile muovere critiche all’Uomo, per me è assolutamente impossibile criticare l’Artista trascendente che è Varg Vikerness, colui per cui il tempo si piega, rendendo concepibile il termine di “Eterno”.


Akh

Dungeon Tower – The Realm Of Sword And Sorcery (Demo Digitale Autoprodotto 2020e.v.)

1. The Realm Of Sword And Sorcery 24.16

Durata: 24.16

Parlottando fra ammiratori del buon vecchio Mortiis, esce fuori la segnalazione di questo Demo digitale di Dungeon Tower, che per propria ammissione è di fatto un completo tributo al maestro norvegese nel vivo della sua prima irripetibile era.

Beh… è molto facile parlare di questo lavoro nato materialmente in Trinacria ma di fatto sviluppato completamente nelle lande fantastiche del folletto norvegese, perché come appena detto è un omaggio sentito, trasportato, intenso ed intimo verso quei lontani echi, quelle vallate ricolme d’ombre e gelidi venti che corrono a sferzare le antiche rovine di manieri diroccati, ove si celano misteriosi figuri ammantanti di enigmi e luguri candelabri nelle oscurità profonde dei loro cunicoli.

Tutto è fedele a quel periodo, i suoni, i giri, gli arrangiamenti cupi, le ritmiche pese che colpiscono come clave di giganti sul tessuto fantamedievaleggiante che si arrampica fin sulle accuminate cime di castelli incantati da stregoni maligni.

I ritmi marziali rendono il viaggio lungo questo reame, cupo, solenne, inquietante e chi brama linee solari, ben dovrà destreggiarsi addentro a questo periglioso angolo di fantasia.

Gli amanti del fù Mortiis invece si ritroveranno addentro a terre familiari; dedite a trappole e cancelli rugginosi, a sentieri fantasma e laghi maledetti nascosti da interminabili foreste che guardano allo straniero in maniera ostile e minacciosa.

Un brano suite che poteva benissimo essere un capitolo della saga dello gnomo ex Emperor e credo che cosi vada interpretato; se vi lascerete cullare dai sogni riuscirete a trovare strade che potevate credere esser perdute… inoltrandovi nel Reame della Spada e della Stregoneria.

Se tali epoche nei vostri oscuri cuori non sono dimentiche, date uno sguardo verso il mondo di Dungeon Tower.

Akh 

FYRNASK – Bluostar (CD – Temple Of Torturous – 2011e.v.)

1. At Fornu Fari

2. Evige Tier

3. Eit Fjell Av Jern

4. Ein Eld I Djupna

5. Die Firnen Tiefen

6. Bergar

7. Ins Fenn

8. Bluostar

9. o o o

DURATA: 57:15

Incomincio con una piccola premessa, ho ricevuto da analizzare questo album in estate, ma per scelta personale di valorizzare le etichette che investono ancora in promo e formati fisici (e perciò danno fiducia alla nostra serietà), solo adesso mi accingo a scrivere le mie “modeste” opinioni.

Se l’anno scorso in ambito Ambient Black Metal uno scossone mi era stato generato dal lavoro dei Borgne (per quanto gli svizzeri abbiano una componente più industrial che qui è totalmente assente), posso tranquillamente dire la medesima cosa per quanto riguarda l’esordio dei Fyrnask, progetto tedesco partorito dalla mente di Fyrnd.Le coordinate musicali si spingono verso le sonorità care al binomio Paysage D’Hiver/Darkspace; il tutto rivisitato in chiave interiorizzata e personalizzata, sempre rimanendo nei confini segnati dai capi scuola eppur aumentando il carico passionale e rituale della proposta donando quella luce fulgida che segna l’arrivo di grandezza.

Le differenze dal buon demo “Fjoevar Ok Benjar” rilasciato lo scorso anno si notano immediatamente (che le forti influenze norvegesi che questo aveva si sono dileguate se non in vaghissime reminiscenze, tipiche del genere, di scuola Burzum), in quanto la parte più atmosferica e cupa viene partorita dai synth che prendono campo ampiamente in questo lavoro (“De Firnen Tiefen” o “o o o”), ricreando una sorta di dualismo fra la vena più elettrica e quella più sintetica, come se ci fossero due realtà a confronto che si avviluppano intrecciando assieme le loro personalità, un tutto duale che è comunque molto omogeneo musicalmente, intenso, distaccato, selvaggio, e simbolico.

Il riffing è sempre ad altissimi livelli ed anche il variare della batteria in tempi dal dilatato al fortemente accelerato dona spessore alle varie canzoni che fanno del feeling l’arma vincente di questo cd; basti ascoltare l’opener “At Fornu Fari” con i suoi accenni marziali e l’attacco impetuoso della seguente “Evige Stier” per scoprire le velleità di Fyrnd, a cui non manca una vena melanconica e struggentemente poetica (anche qui da notare gli inserimenti in clean vocals su cui si appogiano lievi chitarre acustiche unite alla robustezza delle asce, che mi ha riportato alla mente alcuni accenni del primo Ulver o le parti acustiche degli Empyrium piu’ silvestri), il tutto inserito in dieci minuti da ascoltarsi senza batter ciglio come dimostrano pure le lunghe “Bergar”, “Ins Fenn” e “Bluostar”.

Ogni secondo è un vibrare di emozioni, sia che si tratti di parti ambientali, che di sfuriate feroci, sia che la voce tagliente vi accompagni nelle sofferenze nel sacrificio del dolore, sia che venga contemplato e giudicato dalle parti espresse dalla voce pulita; in ogni drappeggio delle atmosfere ricreate, tutto è da brividi.

Le parti più istintive ed aggressive si sovrappongono a profonde dilatazioni in cui il cuore cessa di esistere, divenendo una pulsazione unica con il cosmo, un tutt’uno fra creazione e creatura, torrido e gelo, carne e spirito.Il tempo non è nulla, è il lento cadere di una foglia, ma gli darà ragione.

Dopo i Midnight Odyssey non posso far altro che consigliarvi di procuravi anche questi Fyrnask, se doveste rimanere delusi significa solamente che l’Ambient B.M. non è assolutamente un genere fatto per voi; perchè certi gioielli sono innegabili e “Bluostar” è sicuramente fra le migliori uscite dell’anno (e non) in senso assoluto.

Capolavoro!

Akh

Finnr’s Cane – Wanderlust (CD Frostskald Record. 2010e.v.)

1.The Healer   03:00     

2.Snowfall   04:51        

3.A Winter For Shut-ins   06:14 

4.The Lost Traveller   06:29      

5.Glassice   08:21        

6.The Hope For Spring   06:03 

7.Eternal   07:03          

8.House Of Memory   06:15     

Durata:47:36

Esordiscono con questo “Warderlust” i canadesi Finnr’s Cane, la loro proposta verte sul ricercare varie tipologie di suono che passano incontrovertibilmente per certa Norvegia nel suo lato piu sensibile e “sperimentalmente” progressivo; infatti sovente mi sono tornati a mente gli ottimi In The Woods…, come nel caso della delicata “Glassice” in cui la chitarra acustica la fa da padrone assieme ad altri strumenti non convenzionali del BM come il violoncello (ad opera della tastierista The Slave), in altri frangenti appaiono micro influenze degli Emperor come in “Snowfall” ed “Eternal” in cui la vena progressiva si fa’ ben manifesta dopo certi camei e riporta le ambientazioni su altre sonorita’.

Un lavoro a tratti ruvido e con un certo spirito selvaggio (vedete l’esempio di “A Winter For Shut-ins”), ma con un mood generale assolutamente suadente, specialmente nelle sue parti piu’ acustiche ed introverse basti ascoltare iniziale “The Healer” per sedare ogni dubbio in tal senso.

La prova vocale di The Bard è lieve, sia nelle parte pulite, sia nelle parti piu screaming, tanto da creare aloni e colori che adombrano i pezzi, piu’ che incidere direttamente, tanto che a volte ho avuto quasi l’impressione di trovarmi di fronte ad un album strumentale, per quanto è soffuso l’impatto delle vocals, “Snowfall” è solo il primo degli esempi.

Degni di menzione anche certi arrangiamenti, semplici ma che hanno la caratteristica di rendere particolari le parti senza essere in primo piano, il che incide ulteriormente sul trovarmi di fronte ad un lavoro intimo e realizzato con passione.

A volte affiorano parti piu’ propriamente epiche e vibranti in cui riecheggiano i Bathory di “Hammerheart” come nel caso del finele della buona “The Lost Traveller”.

L’incedere che si svolge nei vari pezzi non privilegia certamente l’assalto sonoro, ma comunque una forza ammaliante i Finnr’s Cane la posseggono e la sfruttano pienamente, regalandoci fotografie sonore in bianco e nero che colpiscono e si stampano nella memoria.

Un bell’esordio, disco consigliato a chi non ha il timore di ascoltare un BM particolare e dai tratti silvani e dalle influenze variegate, mi auguro che non si disperdano come spesso gruppi del genere fanno; comunque per adesso mi godo pienamente questo “Warderlust”.

Akh

A.M.B.S. (A Monumental Black Statue) – Aere Perennivs – (CD – War Doctrine – 2010e.v.)

A.M.B.S. Terror-Sqvad   2:59

Li Ove La Verità Va A Morire   5:29

Liberal Pacifista   5:52

Il Nostro Stato   6:07

Umbria   5.22

Il Crollo   3:45

Il Cerchio Si Chivde   4:27

Gestaltvng   5:31

Durata: 39:32

Dalle menti di Der Heilinge e Xyx (gia’ nei Criptum) nasce il progetto A.M.B.S. che sta per “A Monumental Black Statue”; la loro passione per certe sonorita’ crude, sfrontate, irriverenti e dure prende forma sotto questo logo facendo quindi il loro esordio con questo “Aere Perennivs”.

Se volete comprendere immediatamente il cuore di A.M.B.S. vi dico che ad una fortissima propensione Oi, aggiungete una decisa spinta propulsiva BM ed inseriteci un’intransigenza decisamente H.C., formando un muro di suono dal sapore agro e aspro, ma anche con forti picchi epici da cui riemergere dall’abisso della nostra “Carne Morta”.

Questo cd è un assalto continuo, musicalmente, liricalmente ed istintivamente bastardo dentro, con questo ” Aere Perennivs” non si vuol prendere voti di fiducia e fare ammiccamenti da pop star; qua si pretende Orgoglio, Forza, Sfrontatezza, Violenza, senza se e senza ma, quindi gli attacchi politici e sociali sono all’ordine del giorno in ogni brano, spiattellati in faccia con cinismo e ruvidita’.

Canzoni come “Li Ove La Verità Va A Morire”, “Il Nostro Stato” faranno la gioia comunque di quegli appassionati di BM che sbavano per riffing dalle strutture gloriose e altisonanti, nonostante la produzione cruda e graffiante mantenga quasi un profilo basso in tal senso, acquisendo maggiormente lo stato di ripudio e disgusto che il duo distribuisce su tutta quella schiera di inettitudini molteplici chiamate senza logica alcuna “uomini”.

Il nichilismo assoluto (ascoltare “Gestaltvng” per farsene una chiara idea) che trasuda da questo disco è l’urlo di denuncia gridato a tutta gola  come accade in “Umbria” oppure in “Il Crollo” in cui lo sferzare Black Metal (genere che meglio di gni altro manifesta il proprio odio e negativita’) è la sola conclusione possibile per chi non vede oltre a questa sorta di decadenza altro che un lacero addio.

Musicalmente i brani si fanno ascoltare godibilmente se si capisce immediatamente che non ci sono ruffianerie o amenita similari, ma solamente la voglia di essere in prima linea (come viene manifestato nell’intero artwork), eruttando incondizionatamente violenza e astio contro una societa’ in cancrena; molto bello il suono del basso, corposo e pieno, pulsante e vivo, anche se a tratti forse tende a sparire coperto dal una drum machine picchiata ed incisiva, mentre la chitarra sforna un riffing gelido e tagliente come lamiere abbandonate.

La voce di Der Heilinge si fa’ manifesto funesto e sanguigno a volte sguiato di un azione convinta e meditata dove non esistono dubbi ne incertezze, ma solamente convinzione ideale e propaganda (non politica, ma d’essere), schietta e senza fronzoli; un puro monumento.

Questo lavoro degli A.M.B.S. forse non piacera’ a tutti, ma sappiate che questo è proprio l’intento degli autori; e chi si sentira’ detratto, insultato, leso, beh… significhera’ esclusivamente che il calcio sferrato dal duo umbro ha colto pienamente il loro bersaglio; per tutti gli altri consiglio di ascoltarlo… magari gli darete pure ragione.

Akh

Stillheten – Frusen (CDR, Free Download – Autoprodotto/ D.N.A. Collective 2011e.v.)

-Movement I

-Movement II

-Movement III

-Movement IV

-I Det Gryende Ljusets Bleka Sken

-Nar Skuggan Saknas

-Skymning, A Ter Skymning

-Bonus track

DURATA:45:45

Ci proviene dalla Svezia, precisamente Stoccalma, il lavoro di quest’artista, che con il suo progetto Stillheten (“Silenzio”), ha realizzato assieme alla nostrana D.N.A.Collective, “Frusen”, ovvero la raccolta dei due precedenti demo “Requiem For A Loving God” e “I Ensamhetens Kapel”.

Ho la fortuna di possedere la copia fisica 16/24, totalmente realizzata a mano e distribuita liberamente dalla D.N.A. Collective (iniziativa che condivido pienamente e da supportare sia per la bonta’ delle uscite, che per la finalita’ artistica No Profit della label), in cui fin da subito si percepisce il calore e la passione insita in questo “Frusen”, perche’ in qualunque versione si percepisca l’Ambient Folk (ramo da cui attinge Stillheten) deve essere suonato con l’anima e riverberarne il contenuto.

Ci troviamo davanti otto frammenti di emozionale musica, dall’incedere delicato, ottenendo un risultato soffuso, pacato, intenso e dilatato; come prendere gli Ulver di “The Shadows Of The Sun” ed in particolare le atmosfere della meravigliosa “Eos” e l’indole acustica di “Kveldssanger”, filtrato il tutto da un sentimento naturalistico di prim’ordine; in cui Stillheten puo’ mostrare la sua vena piu’ sensibile e atmosferica.

Ogni singola nota è composta per trasmettere sensazioni e nel suo lento pulsare, riporta alla mente il differente ciclo e ritmo che la circostante natura possiede, il tutto realizzato con strumenti quali un’argentina ed armoniosa chitarra a dodici corde e un fedele e splendido moog, con cui tessere spaccati e visioni a tratti impalpabili, ma indubbiamente percettibili come il passare della fresca brezza mattutina in praterie, o come il riflettersi di migliaia di schegge dorate su gli specchi d’acqua dei fiordi, o ancora come ascoltare la voce dei boschi al chiaror di luna, è il richiamo degli animali in selvagge lande; questo è il mondo a noi proposto, questo è lo spirito che risiede in ogni secondo di Stillheten.

“Frusen” è l’aurora in musica, il respiro della vita fuori dal contesto della cosiddetta “civilta’”, un’espressione vivida che ci relaziona all’armonia della cose, oltre noi e la nostra volonta’, è il ritratto del crepuscolo in tutta la sua magia.

Un’artista vero, vera musica, vero sentimento, vere emozioni, questo è “Frusen”, se siete inclini a queste sonorita’, questo è un nome che dovrete tenere a mente d’ora in avanti perche’ a mio parere la maturita’ espressiva di questo progetto è assolutamente ai vertici della categoria, e solamente il fatto che venga distribuita gratutitamente in download dovrebbe farvi ben volere questo progetto, in cui l’obbiettivo primario è condividere con tutti la propria emozione e fulgida intensita’.

Stillheten è il delicato ed incontenibile suono del Silenzio.

Akh

ICEHENGE/GRIMORIUM (by Rexor – 1993e.v. 2021e.v.)

La Cripta è sempre stata molto legata sia alla storicità, che alla provenienza di certe realtà; questo chi segue la pagina dovrebbe averlo notato da tempo.

Quindi è con estremo orgoglio che oggi ospitiamo Rexor per parlarci delle creature che ha partorito e che a loro modo hanno saputo donare valore ad un periodo assolutamente fecondo e proficuo del territorio in questione, sia in ambito nazionale che oltre.

Con profonda stima ringrazio e lascio quindi la parola a Rexor.

“ICEHENGE/GRIMORIUM (Firenze, Prato, Pistoia, San Giovanni Valdarno, Empoli, Sesto Fiorentino)

L’idea del progetto Icehenge lo maturai a partire dal ’93e.v. quando cominciai a creare varie tracce musicali con chitarra, tastiere e successivamente basso ed occupandomi del logo.

Non trovando però altri membri, il progetto rimase chiuso nel cassetto. Nel ’97e.v. entrai nella formazione degli Altar of Perversio come bassista. Era il ’99e.v. quando il progetto prese finalmente forma concreta grazie all’arruolamento di Harus (di Pistoia) alla voce, Aidoru (di Sesto Fiorentino) e Helgast (di San Giovanni Valdarno) alle chitarre, quest’ultimo proveniente dai valdarnesi Doomsayer e Sulphur (di Firenze) alla batteria.

Si decise però di cambiare il nome da Icehenge a Grimorium perché il primo aveva troppo l’aria di un progetto solista.
Il vecchio materiale viene arrangiato con un sound Black grezzo, primitivo e senza troppi fronzoli. La permanenza di Aidoru in formazione però fu breve e venne sostituito nello stesso anno da Martinel proveniente dai pratesi Burian.

Nel 2000e.v. dammo vita al live demo di debutto “Oscuro Culto”, registrato in presa diretta in sala prove con un quattro tracce. Demo che contiene tre brani più intro e outro di tastiere.
Negli anni successivi però gli attriti tra alcuni membri del gruppo portarono i Grimorium all’implosione nel 2002e.v.

Il progetto non muorì lì in quanto io e Martinel decidemmo di proseguire ritornando al vecchio nome Icehenge. Harus lasciò la band terminando così la sua esperienza nel mondo della musica.

Vari provini portarono all’arruolamento del cantante Martyr (di Empoli), proveniente dai Chaosophia ed Entropia. Per motivi logistici anche Helgast fu costretto ad abbandonare la band e venne sostituito alla chitarra da Sargatanas (di Prato), proveniente anche lui dai Burian. Anche Sulphur lasciò dando poi vita agli Isolation e venne sostituito alla batteria da Velthar (di Firenze), pseudonimo dietro cui si celava Laran degli Altar of Perversion e precedentemente di Massacrator, Dark Lust e Necromass.

Per un breve periodo venne arruolato alle tastiere anche Varghar Necron (di Trieste), già impegnato nel progetto solista AskheM, ma per motivi personali non poté proseguire la collaborazione e decidemmo di andare avanti rinunciando alle tastiere per non perdere ulteriore tempo. E’ con questa formazione che nel 2008e.v. registrammo “At The Heart Of Titan Where The Stars Shine”, EP di cinque brani dal sound Black Metal veloce e furioso ma anche con passaggi più melodici che riportano alla mente bands come i primi Borknagar, Ulver o Taake.

Iniziammo anche l’attività live che ci portò a suonare nel 2009e.v. al Black Lake Metal Fest al fianco di bands quali Nargaroth, Nehemah, Deathrow e altri. Concerto del quale rimane memoria live su YouTube.

Poco tempo dopo però alcuni miei problemi personali portarono alla momentanea sospensione delle attività con gli Icehenge e al mio abbandono degli Altar of Perversion.
Attività che per ora non è mai ripresa ma che, non avendo mai dichiarato l’ufficiale scioglimento del gruppo, lascia supporre di tutto.

Ancora oggi ne io ne Martinel abbiamo dichiarato la fine del progetto quindi chissà….”

Rexor

ICEHENGE (Firenze 1993-1999)
Line up:
 Rexor: chitarra, basso, tastiere (1993-Oggi)
Discografia:
 Tapes mai prodotti.

GRIMORIUM (Firenze, Prato, Pistoia, San Giovanni Valdarno, Sesto Fiorentino 1999-2002)
Line up:
 Harus: voce (1999-2002)
 Rexor: basso, tastiere (1993-Oggi)
 Martinel: chitarra (1999-Oggi)
 Helgast: chitarra (1999-2002)
 Aidoru: chitarra (1999)
 Sulphur: batteria (1999-2002)
Discografia:
– Oscuro Culto (Live demo tape 2000)
1. Intro
2. Oscuro Culto
3. The Oak
4. Shadows Legions
5. Outro

ICEHENGE (Firenze, Prato, Empoli 2002-Oggi)
Line up:
 Martyr: voce (2002-?)
 Rexor: basso (1993-Oggi)
 Martinel: chitarra (1999-Oggi)
 Sargatanas: chitarra (2002-?)
 Velthar: batteria (2002-?)
Discografia:
– At The Heart Of Titan Where The Stars Shine (EP 2008)
1. Icehenge
2. Where the night reigns eternal
3. Funeral
4. Into the bowels of tenebrous Visul
5. Fanum Veltune

Burian – Promo ’98e.v. (Demo Tape Hippiekiller 1998e.v.)

1.            Intro      01:04    

2.            Berenice             04:25    

3.            Born To Pray In Hell        04:23    

4.            Outro    01:34    

 Durata: 11:26   

Seguitando il pellegrinare oltre le linee del confine di Firenze (nello specifico andiamo nella attiva Prato), la Cripta ci tiene a soffermarsi su un’altra band che possiede un suo specifico modo d’essere.

Quindi presentare il  Demo tanto atteso che è oggetto di ammirazione da parte di chi ha la fortuna di conoscerli e vederli in azione, è un piccolo trionfo delle oscurità e dei suoi sentimenti, sulle difficoltà che si trova per esporre musica estrema.

La produzione ricorda da vicino quella dei seminali Auramoth, ma rispetto ai cugini fiorentini si pigia forti su suoni maggiormente” bassosi”, anche per rendere maggior contrasto con le tastiere che arricchiscono le composizioni con cori e tappeti rendendo una certa profondità di suono, oltre ad arricchire di misticismo le composizioni che comunque rimangono sempre e completamente underground.

Dopo una brevissima intro, che poteva venir sviluppata in maniera più approfondita, ci ritroviamo a farci forti delle vere armi sconsacrate dei Burian, ovvero “Berenice” e “Born To Pray In Hell” con cui hanno saputo infiammare i loro live, divenendo dei veri classici fra gli estimatori della band pratese.

I ritmi inizialmente solenni  ed altisonanti portano l’ascoltatore verso un piccolo crescendo che si espande con fiero piglio, su cui Blackness può sfogare le proprie pulsione nere e sataniche; la coppia di asce formata da Sir Martinel e Lord Sargatanas impreziosiscono il tessuto con accordi maligni e ruvidi fino allo stacco acustico che è una piccola chicca tetra e sentita a cui votarsi verso lo sconsacrato altare sepolto sotto le note.

Un arpeggio crea un filo di comunione fra i due brani in questionee solo apparentemente sembra continuare  il medesimo tema su “Born To Pray In Hell”, per esser immediatamente sconfessati da una ritmica furibonda e nervosa che si alterna a buoni cambi di tempo, ove cantare a squarcia gola del Signore degli inferi e lacerarsi l’anima su i vari temi che passano da blast indemoniati ad opera di Necromancer a piccole aperture dove le keyboards di Varghar Necron si spingono sognanti sulle chitarre distorte, in un articolato e frenetico sabba musicato.

Anche la chiusura del Demo viene ad indicarci qualcosa di maligno e perverso, i suoni quasi Dark Noise  sanno di stato alterativo e cerimoniale su cui una grave voce rallentata e distorta torna ad invocare le Rotten Power.

Come detto sopra, un’altra piccola chicca da ascoltare tutta d’un fiato, convinti che le energie che qui troverete sprigionate ben sapranno ricevere la vostra insaziabile voglia di Black Metal crudo e marcio, di tipico stile toscano.

La Toscana continua imperterrita a macinare realtà interessanti, ogni cultore non può e non deve  permettersi di ignorarla.

Parola di Burian.

Akh

Calvana – IɅ (CD Schattenkult Produktionen 2020e.v.)

1.            I┼           04:12    

2.            IIII          05:47    

3.            II             03:40    

4.            IIɅ          05:33    

5.            Ʌ             08:38    

6.            III            05:36    

7.            I              04:02    

8.            IIIɅ         05:57    

9.            IIIIɅ       04:18    

10.          ┼            08:07    

Durata: 55:50    

Vorrei chiudere col botto questo 2020e.v., cosa meglio quindi di un dischetto facile facile… dalle macerie rovine di una provincia dimenticata dagli Inferi, torna a ruggire potente e fiero il Black Metal ad opera dei Calvana.

Per chi non conoscesse il territorio della provincia fiorentina la Calvana è una zona montuosa che circonda l’area di Firenze  Prato, meta molto praticata dagli escursionisti, grazie ad un territorio indubbiamente aspro, molto spesso brullo, a tratti crudele nella sua natura selvaggia, silvestre ed ostica.

Quindi il mistero di cui il combo si circonda, sia dal titolo del album, che dalle canzoni stesse e anche dalla carenza di informazioni precise, si lega fortemente alla natura della zona sopra espressa in una forma musicale che ne vuol esprimere in maniera forte i toni.

Se dovessi fermarmi ad un ascolto superficiale, direi che ci troviamo davanti ad un album infernale, scuro, ed enigmatico nel suo furore intrinseco; che di per se potrebbe bastare… ma ci sono sotto note scritte che mi fanno rimanere li in ascolto, nel tentativo di riuscire ad estrapolare dalle reminiscenze classiche il sentore sulfureo e animoso di questa fiera nera.

Si perché oltre alla batteria battente, ad un suono ruvido e gravido di negatività, ci sono camei, particolari, dettagli, che non devono sfuggire. Con questi brani si cerca di fondere il proprio stato d’essere a due filoni ben distinti di ricerca interiore a mio avviso, quindi se da una parte ritrovo quella spinta “involutiva” verso lo stato animale, il riscoprirsi esseri degni di “sopravvivenza”, dall’altra parte della bilancia odo fortissime vibrazioni legate alla “Chaos Music”, la voce in questo senso ci guida perfettamente verso questo sentiero, negli abissi più profondi e  nei gorghi più maligni e maledetti, in cui si faccia in maniera quasi naturale un collante spirituale che si getta a capofitto nei misteri glaciali ed infiniti del Kosmo più severo e freddo dove la vita come la possiamo intendere noi non ha possibilità di esistere.

La bellezza di alcune trame, il nervosismo estatico di certe chitarre, la serratezza di certe pennate, sono grimaldelli che lasciano la possibilità di vedere oltre le influenze scandinave, perché chi conosce le nostre radici, non potrà non udire i richiami alla nostra precedente storia musicale, come ad esempio la ricerca sonora degli Altar Of Perversion  (l’ultimo Ad Naos è semplicemente splendido) e alla loro natura ispida, o ai vocalizzi quasi liturgici che mi riportano alla mente Charles Blasphemy o Simone Biliotti e gli Opus Malefici, con aggiunte forti propensioni Portal.

I suono proposto, è scarno, abrasivo, feroce, mortifero, quasi rustico, sicuramente organico e letalmente crudele; neanche quando  i toni acquietano le loro fasi spinti, il sentore di agitazione tende a scemare, rimane insito sempre quell’aura di tensione, quel alone di mistero, come un predatore notturno si appresta ad uscire.

Un odore acre, si staglia nelle notti nuvolose, la musica si espande con un canto seducente, un incantesimo di charme avvolge come un tormento con ostentato compiacimento.

Questo riconosco, nelle melodie dense che fuoriescono, questo sento pervenire dentro lo scorrere del sangue, questo respiro quando l’alito vaporeggia nell’aria selvaggia della Calvana.

Da oggi, dalle menti perverse e coscienti  di un manipolo di sinistri figuri, esce fuori un’altra bestia; si aggira libera nei monti del nostro Appenino ed è indubbiamente “pericolosa” a cui porgo ovviamente il mio massimo supporto.

Ma non avvicinatevi incauti alla Calvana. 

Akh

Grimorium – Oscuro Culto (Demo Tape Autoprodotto 2000e.v.)

1.            Intro                      

2.            Oscuro Culto     5.20      

3.            The Oak               4.43      

4.            Shadows  Legions  4.15                

5.            Outro

I Grimorium nascono dalla mente nera di Rexor,  già all’opera con i concittadini Altar Of Perversion; stiamo parlando quindi ancora di Firenze.

Dei Grimorium, Rexor  me ne stava già parlando nei nostri abituali ritrovi alla Contempo (vecchia e nuova) sapevo che aveva conoscenza del genere di cui spesso ci scambiavamo dritte (mi ricordo perfettamente quando in un circolo tirammo fuori gli M.Z. 412 di cui eravamo gli unici ad apprezzare le sonorità).

A distanza di qualche annetto riusci finalmente a far uscire quello che poi è stato l’unico atto ufficiale della band, una Demo Tape scarna e completamente devota alla Fiamma Nera.

Se togliamo gli esperimenti tastieristici di inizio e fine cassetta ci rimangono tre brani di puro ed old school Black Metal, in cui si incarnano in maniera netta alcune primissime epoche di questo stile musicale.

Sembra quasi di far un salto a ritroso nel tempo in cui dentro “Shadows  Legions “ si possono udire in maniera chiara e netta, quei putridumi sonori legati alla primissima ondata degli anni novanta, dove nella nostra ridente città rinascimentale, si stavano già inserendo nicchie di note grondanti blasfemie indecenti e suoni catacombali, dove il mix fra pennate letali e stacchi feroci già facevano intravedere cosa i gruppi di questa area sarebbero stati capaci di comporre, e certamente i Grimorium non ammorbidirono nulla di tutto ciò.

La precedente “The Oak” si stagliava invece minacciosa e suadente verso un certo richiamo figlio di Burzum  dove i richiami di Dunkelheit  (altro chiodo fisso che ci scambiavamo nelle nostre chiacchierate) annebbiavano e ferivano le orecchie, irretendo glacialmente con malvagia malignità, per poi lanciarsi nel finale verso un riffing aspro, asciutto, serrato e decisamente ruvido  con cui scarnificare i restanti brandelli della propria anima.

Con la title track, ci ritroviamo a venir letteralmente massacrati dai riff graffianti e mortiferi di Martinel, mentre Sulphur (splendidi pure i “futuri” Isolation) dietro le pelli batte ritmiche foriere di morte e necromanzia, dove si percepisce la voglia di non cedere un millimetro e portare solo distruzione attorno.

Un demo certamente non epocale, ma che stava completamente addentro ad un contesto che ha saputo tirar fuori veramente moltissimo a tantissimi livelli, per la quale posso dire… qui si è fatta Storia!!!

Dopo qualche tempo i Grimorium virarono in Icehenge… ma i Grimorium per me erano qualcos’altro…

Akh

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