-Leukes Renkespill (Introduksjon) 00:33
-Belus’ Død 06:23
-Glemselens Elv 11:54
-Kaimadalthas’ Nedstigning 06:43-Sverddans 02:27
-Keliohesten 05:45
-Morgenrøde 08:54
-Belus’ Tilbakekomst (Konklusjon) 09:37
Durata:50:30

Torna dopo lunghissimo tempo ed un’infinita attesa (da parte di coloro che nell’arco degli ultimi quindici anni si sono avvicinati alle sonorita’ del Black Metal) Burzum; fra i piu’ noti ed influenti act del mondo della musica estrema degli ultimi venti anni.
Dopo i notissimi fatti di cronaca e scontata la lunga pena, in molti si chiedevano come il “Conte” avrebbe affrontato il suo rientro sulle scene, tenedo conto che l’ultimo album vero usci’ nel ’96e.v. con “Filosofem” e che il Black Metal ha evoluto le sue sonorita’ e che la Norvegia non è piu’ nella sua epoca aurea.
Inutile negare che i cambiamenti ci sono stati, il primo dei quali lo si puo’ notare immediatamente con il cambio del leggendario logo; la cosa che non è minimamente cambiata è polemica che Burzum si accompagna ormai da anni e che si è manifestata con il cambio di titolo dell’album in questione, da “Den Hvite Guden” tradotto “Il Dio Bianco” in “Belus” divinita’ solare dell’Europa antica.Lasciandoci alle spalle tutto cio’ che è chiacchiera superflua, mi accingo ad ascoltare finalmente la Musica, l’Anima e lo Spirito di questo album.
La corta introduzione mi fa’ visualizzare il disegno presente in “Det Som En Gang Var” del Dio dall’occhio solo, ma subito prebde posizione la forza trascinante di “Belus’ Død”; pare che il tempo non abbia scalfito minimamente Varg ed il suo estro, nonostante si vociferi che la maggior parte sia materiale inedito degli anni ’90.
Questo brano ha in sè tutta la forza espressiva per essere a mio avviso un altro cavallo di battaglia, le melodie si stampano immediatamente nell’animo e una certa ritmica di stampo “Snorre”, fa’ si che questo risulti uno dei pezzi piu’ trascinanti di questo album.
La cosa piu’ sorprendente è l’abbandono dello screaming lacerante di cui Vikerness era capace, per adottare linee vocali piu’ scure e poliedriche (molto piu’ usate anche la voce pulita, che rende in verita’ un pathos ed una carica epica che è uno dei punti salienti di “Glemselens Elv”, “Kaimadalthas’ Nedstigning ” e di “Belus in generale).
Nello svolgersi del disco, ritrovo sorprendentemente un sentimento da troppo sopito ed inspiegabile, un’alterazione dello spazio/tempo, come se ascoltando si creasse un varco di sospensione temporale in cui esiste solamente il mio pensiero e la musica e credo fermamente che sia cio’ a rendere immenso come “Artista” Varg Vikerness, un tessitore istintivamente grande di emozioni e energie ataviche.
Ci sono anche parti piu’ ossessive e che si rifanno piu’ direttamente ai primi lavori di Burzum e alle influenze Thrash/Death di stampo tedesco basti ascoltarsi “Kaimadalthas’ Nedstigning” e “Sverddans” a cui comunque vengono affiancati riff di stampo quasi folk (quest’ultima ennesima influenza che emerge chiara, donando ulteriormente spessore alle canzoni) componente che ammalia ed irretisce sembrando la giusta conseguenza di un evoluzione musicale ed ideologica per questa band.
L’ossessivita’ ed il ripetersi di certi riff ha quasi un valore mantrico, in cui si viene veicolati nel viaggio fra la morte e la vita di Belus, che è il concept di questo lavoro; inoltre da segnalare come le venature piu’ oscure prendano una piena piega solare, sprigionando energia luminosa fin nelle sue piu’ recondite sfaccettature, “Keliohesten” ne è un esempio di straripante folgore, di incontrollabile ascesa.
Ogni nota di “Belus” trasuda potenza innata, non violenza, non inutile perversione, ma una forza divina catartica di cui non possiamo che accettarne il segnale e la presenza, come ampiamente dimostrano “Morgenrøde” e “Belus’ Tilbakekomst”.
Se è possibile muovere critiche all’Uomo, per me è assolutamente impossibile criticare l’Artista trascendente che è Varg Vikerness, colui per cui il tempo si piega, rendendo concepibile il termine di “Eterno”.
Akh









