Aborym – HORIZON IGNITED (Singolo 2020e.v. Dead Seeds Prod.)

  • Horizon Ignited 5:47
  • Durata: 5:47

La Cripta ha avuto la fortuna di poter ascoltare il singolo apripista di quelli che furono pionieri nel campo del Industrial Black Metal, gli: Aborym.

Tutti sappiamo che oggigiorno Fabban ed i suoi compagni si sono concessi il lusso di reinventarsi lasciando strascichi fra i defenders della Black Flame… quindi?

Facciamo esordire fra le pagine virtuali della fanzine una graditissima ospite nonchè carissima amica.

Lasciamo a lei valutare questo non facile lavoretto… sentiamo cosa ha da dirci… parola a: Mothernorth66

Iniziamo: Mi è piaciuto tutto e il video è bellissimo.

Si avvertono tanti sounds che si sentono che vengono da chi ha forti passioni musicali molteplici, che sono state assorbite e che sono diventate parte di una evoluzione personale.

A me al contrario di molti, piace la ricerca di ciò che fa star bene, e qui, almeno in questo pezzo, fa star bene anche me, per il sound energico e armonico.

La voce , che all’inizio del pezzo sembrava quasi incerta, con il proseguire diventa forte e appassionata ,come quando si legge un libro e questo ci calamita piano piano in una trama intensa.

Che noia sarebbe la sterile ripetizione del passato, dove sarebbe la creatività che fa parte dell’arte musicale e di tutte le altre discipline??

Un lavoro va guardato con distacco all’inizio senza filtri, poi si lascia entrare, come fosse uno sconosciuto che ci potrà o no trasmettere il suo carattere; lo si lascia andare, se ci ha fatto stare bene lo richiameremo, altrimenti addio.

Io sinceramente mr. Aborym lo riaspetto ,con tutto il suo interessante bagaglio!!

Bravo, bravi, ad maiora sempre!!

Mothernorth66

Laetitia In Holocaust – The Tortoise Boat ( LIH – 2009 e.v.)

1.Hair As The Salt Of Carthago 4.54     

2.Descent   4.25          

3.The Gift Of Fury   6.24                      

4.Hissing Through The Veins Of The Gods   6.40                     

5.A Gesture Before You Enter The Darkness   4.37                  

6.Immanence And Illumination   12.12

Durata: 39.14

Beh devo solamente ringraziare la Fortuna per aver trovato questo gruppo, in quanto i Laetitia In Holocaust in precedenza li avevo solamente sentiti nominare, ma complice una certa volonta’ da parte del gruppo di rimanere isolati e non sottostare alle leggi del becero mercato discografico, hanno una visibilita’ assolutamente occultata.

Come dicevo fortunatamente sono entrato in contatto con il gruppo e ho ricevuto “The Tortoise Boat”, la proposta è assolutamente innovativa per il sottoscritto e assolutamente personale, nonche’ di difficile digestione se come paragone si pensi al metallaro medio.

I nostri realizzano un BM ostico, dove per rendere l’idea dovreste prendere lo spirito dei Ved Buens Ende…, le vocals infernali di Charles Blasfemy dei compianti Necromass, la schizofrenia dei primissimi Ephel Duath (epoca Phormula), chitarre pulite a profusione, personalita’ al 100% e otterrete piu’ o meno l’impressione che ho avuto di questo album.

Indubbiamente apprezzo davvero moltissimo lo Spirito di questo combo, che riesce a spiazzare per le dissonanze evocative che riesce a ricreare, ma anche per la dinamicita’ evolutiva che si mette a disposizione della composizione dei vari brani.

Ottima la prestazione dei vari strumenti sempre in movimento, attenti a sottolineare le peripezie emotive delle varie soluzioni, dove S. sfoga la sua anima nera con parti vocali scure e pressanti, dove l’apertura di antri infernali sembrano l’imperativo attitudinale.

I pezzi scorrono e l’attenzione viene rapita continuamente da soluzioni quasi convulse, dove o ci si arrende alla volonta’ del gruppo e si segue il suo operato, oppure se ne resta fuori con in mano la volonta’ si ritornare ad ascoltare la solita tiritera o ninnananna musicale ripropinata dai grandi nome del genere o dai loro cloni.

I pezzi solo artisticamente e qualitativamente ad alto livello soprattutto per la personalita’ profusa, personalita’  che evidentemente non è per tutti e i nostri Laetitia In Holocaust ben lo sanno; per questo vi diro’ che è un gran disco, ma se non vi sentite preparati lasciatelo stare, non oserei mai consigliare le perle ai porci.

Akh

Deathspell Omega – Paracletus (CD – Norma Evangelium Diaboli/SOM – 2010e.v.)

1.Epiklesis I   01:42     

2.Wings Of Predation   03:43   

3.Abscission   06:07    

4.Dearth   03:47           

5.Phosphene   07:03    

6.Epiklesis II   03:06     

7.Malconfort   04:57     

8.Have You Beheld The Fevers?   02:59

9.Devouring Famine   05:09     

10.Apokatastasis Pantôn   04:01          

Durata:42:34

Questo 2010e.v. è stato un anno degno di nota per i nomi che sono usciti, alcuni esempi: Blut Aus Nord, Burzum, Algaion, Ihsahn, Abigor, Limbonic Art, Aborym, Impaled Nazarene  e via dicendo…;oramai da tempo i Deathspell Omega tracciano linee di assoluta rilevanza nel ambiente del BM ortodosso e meno ortodosso, risultando il botto di chiusura di questo prolifico anno.

Con questo “Paracletus” (nel linguaggio ecclesiastico è un epiteto dello Spirito Santo: lo Spirito Paraclito, significa altrimenti: Invocato o “consolatore”) termina la trilogia (Dio, Uomo, Satana) iniziata con “Si Monumentum Requires, Circumspice”; che ha elargito nuove frontiere di intendere il genere aprendo di fatto le porte al sottogenere del “Religious Black Metal”, sfociando a mio avviso in termini molto vicini a certo Gnosticismo.

Detto questo è inutile soffermarsi troppo sulla bonta’ artistica che i nostri espongono oramai da tempo, unendo la tecnica strumentale a dosi elevatissime di personalita’ che si manifestano in strutture complesse e messaggi che affondano le loro mani nella piu’ pura teologia e filosofia, senza mai lesinare il lato piu’ scuro e selvaggio per quanto elaborato e cerebrale (continuo a non concepire comunque la scelta di certe label e di gruppi con tale portata concettuale, del come possano privare il recensore del messaggio integro, ovviamente non puo’ che uscire una visione parziale dell’insieme e cio’ è un forte dispiace per il sottoscritto).

Ma partiamo: “Paracletus” si rifa’ immediatamente da quei lidi che “Fas, Ite,…” nella sua introduttiva “Obombration” ci donarono; quindi melodie e riff dissonanti che si attorcigliano su loro stessi in maniera mantrica e ripetitiva, per indurre l’ascoltatore nel Regno della Disarmonia e dell’Obbiezione piu’ scura.

Come detto sopra le strutture dei brani continuano ad essere elaborate e si sente l’indubbia forza e freschezza che impregna i Deathspell Omega, le situazioni che comunque colpiscono immediatamente rispetto ai precedenti lavori è la minor durata dei vari pezzi tornando ad una durata canonica e il ritorno a soluzioni melodiche piu’ comprensibili anche a chi è meno esperto di “cromaticismi”, ed il fatto che molto spesso i ritmi si abbassano notevolmente per dar spazio a spaccati al limite dello psichedelico come nel caso della splendida “Dearth” e nella parte conclusiva dell’ottima “Phosphene” o ancora in “Epiklesis II” e di cui è pieno comunque l’album.

Le influenze del precedente lavoro rimangono inalterate anzi aggiungendo tasselli (come vedremo sotto), che ampliano le prospettive esaltando i sensi, quindi una festa rituale dove continuare ad innalzare marcescenti doni ed omaggi alla corruzione “dorata”.

Altro fattore da notare è la produzione che mi riporta alla mente molto spesso certe sonorita’ nere e morbose degli anni Settanta in cui il rock e la vena psichedelica erano utilizzati come via esplorativa, in cui la ruvidita’ di certe tematiche fuoriusciva prepotentemente dai suoni adottati, ed il suono del basso ne è un’evidente dimostrazione, da notare come il suono della chitarra solista tenda ad incrinare le note, come fossero perennemente in lotta per non infrangersi, spezzarsi (una vistosa metafora sonora, sull’idea del “creato” e del suo Demiurgo, un’illusione che cede, s’incrina, vacilla davanti alla portata mastodontica dell’attacco del combo).

Degni di nota anche i piccoli accorgimenti in fase di arrangiamento di voce pulita o di fiati, che portano una sommessa aura sacrale allo stesso tempo dissacrante, un vagito diabolico lontano che si insinua lentamente, germinando quasi in maniera inconscia il suo seme devotamente ribelle.

Inutile nasconderlo i Deathspell Omega sono una delle nuove frontiere del Black Metal, ogni loro passo è un passo verso l’ignoto, addentro l’anima nera dell’Animo umano e del manicheo Divino; se la “corruzione” infernale dei “francesi” vi ha convinto finora lo fara’ ennesimamente, se avete in seno la voglia di distruggere il tempio di Jehova con le proprie armi, qua troverete un’arsenale maestoso; se cercate una via verso l’insondabile qua troverete certamente degli indizzi per poter proseguire la vostra ricerca.

Ennesimo volume nero che non deve mancare assolutamente nella discografia di casa vostra!

Akh

Ondskapt – Slave Under His Immortal Will (Ep Osmose Prod. 2020e.v.)


1. Slave Under His Immortal Will 06:20

2. Dark Path 08:46

Durata: 15:06


Anche questa settimana la Cripta poteva vantare la possibilità di esplorare varie nicchie veramente succulente, come il nuovo album di Beherit, o l’ultima fatica degli October Falls, rispolverare il Demo dei Nocticula giusto per dirne alcune… eppure la scelta è andata su questo lavoretto ristampato da Osmose degli svedesi Ondskapt.


Si è una ristampa del Ep d’esordio uscito nel 2001e.v., non sempre commentare le ristampe mi interessa, ma questo gruppo fa un po’ la differenza… sarà che i primi due album li ho letteralmente finiti, sarà che a mio avviso gli Ondskapt potevano a mio dire dare ancora molto alla scena Black Metal, sarà che sono passati troppi anni dalla loro ultima uscita e quindi riportare il loro nome in auge è un piccolo tributo che mi sento di dover fare.


Come detto si parla di brani già datati, ma che nulla tolgono alla qualità che gli Ondskapt hanno saputo sempre elargirci con crudele e sapiente maestria. Se teniamo conto poi che questa fu la loro prima realese in assoluto ci accorgiamo ancora una volta di quanta qualità fin da subito hanno sciorinato.


Due brani che prediligono l’intensità, l’atmosfera morbosa e cruda, una ferocia dettata da un mix letale di note agre, aspre, ispide, a tratti dissonanti che si sposano però all’oscurità ed al feeling tipicamente svedese in cui a volte fanno capolino alcuni piccoli frangenti Dissection ma completamente rivisitati.


I ritmi nel opener mai partono in sfuriate indiavolate, perché viene prediletto, il lato macabro, freddo, notturno (come si dimostra perfettamente in “Slave Under His Immortal Will” ed il suo stacco acustico finale), quindi il lavoro diviene sicuramente intimo, sentito, vomitato, dove la “Creatura generata dalla Perfidia” stilla veleno, odio, venerazione fino a sfociare in una “Dark Path” che riprende perfettamente quanto espresso in precedenza senza mai calare la tensione.


Gli strumenti, si ritagliano perfettamente i loro spazi, il basso riesce a dare un’alone mortifero nei suoi piccoli slide e la batteria suona scura e dinamica, fino a farsi vedere arrembante in alcuni frangenti più intensi; come rimarcherei il breve lead di chitarra malsano e perverso.
Potremmo anche notare come si vada certe volte, alla ricerca di un climax parente stretto dei Mayhem di “Dom Mysteris..” ma in chiave svedese ed acido, un intreccio di sapori musicali, molto ben congeniati e raffinati, come anche la struttura ottimamente disegnata in questa sede ci dimostra.


Un piccolo lavoretto che gli amanti del Black Metal di matrice scandinava già possederanno, ma che vale la pena di ritirar fuori e di ascoltare nuovamente…


Augurandoci che gli Ondskapt tornino prima o poi fuori dal Inferno, in preghiera!

Akh

Unanimated – Annihilation (Ep Century Media Records 2018e.v.)

1. Adversarial Fire           05:11    

2. From A Throne Below              06:30    

3. Of Fire And Obliteration          03:08    

4. Annihilation    05:57    

 Durata: 20:46   

Avevo lascio gli Svedesi Unanimated dopo la loro reunion e l’uscita del poco edificante “In the Light of Darkness”, quindi aver casualmente ritrovato il loro nome in giro ha di fatto sintonizzato le mie antenne verso di loro, quando ho incontrato il titolo di questo lavoretto “Annihilation” beh.. la tentazione è stata tanta e non ho potuto non offrirgli una seconda chance.

Venti minuti di musica, quindi un buon punto di vista per saggiarne le qualità, odierne.

Si parte con una robusta scudisciata in “Adversarial Fire”, inizialmente l’influenza dei Dissection è veramente fortissima, ma fortunatamente presto viene virato verso un suono di matrice decisamente robusto, scuro, randellato e poco incline ai temporeggiamenti. Il finale di brano è veramente spettacolare, con una serie di pennate rallentate dal tipico stampo Death Metal di vecchia scuola Stoccolma, roba da farsi male alle vertebre.

La produzione è eccellente, vigorosa, energetica e ne godono pienamente tutti i brani, come la seguente “From A Throne Below” ci dimostra. La spinta iniziale lascia spazio ad un lead melodico, su cui si posa come un macigno la delicata voce di  Micke Broberg e le chitarre si ritagliano spazi dilanianti con un riffing mid time, ma lievi come una tonnellata poggiata sulla cervicale. La canzone alterna quindi fasi  più spinte a momenti  pesanti, garantendo una dinamicità veramente ben studiata e realizzata.

“Of Fire And Obliteration” è un gioiellino acustico, di una bellezza clamorosa, un brano struggente, una ballata nera, che scuote nella sua interezza, uno spaccato evocativo eccelso, la linea del coro, che viene poi ripreso dalle chitarre è assolutamente pregevole, un sentimento viscerale, una preghiera che si lancia nel abisso con devozione assoluta. Bellissima.

Con l’ultima “Annihilation” si torna a macinare guerra, lo spirito metallico si fa portavoce, di questa volontà  a non sbagliare più il colpo, di tornare ad essere una colonna portante della scuola svedese come fù moltissimi anni fa (andate ricercarvi la nostra recensione al loro vecchio demo!!!).

Quindi  come dicevamo la belligeranza, si sposa al tipico sound di Stoccolma, ma innervato di soluzioni che riescono a mietere vittime anche oggi; la loro particolarità mi permetto di sottolineare, è la maestria con cui riescono a sviluppare trame, articolate, melodiche, crude, alternando i ritmi, in maniera sapiente.

Ogni tassello calza perfettamente, ogni nota è ben calibrata, l’incedere di questo Ep e fragoroso e questo mi mette in pace con i precedenti momenti di incertezza. Il bersaglio è colpito, centrato, annientato!

Sapendo che sono rientrati in studio per dar vita al nuovo full, non posso che regolare le antenne, per quella che sarà una uscita che attenderò trepidante!

Finalmente…   bentornati  Unanimated!!!

Akh

Carcass – Despicable (EP Nuclear Blast 2020e.v.)

1. The Living Dead At The Manchester Morgue     06:00    

2. The Long And Winding Bier Road             04:21    

3. Under The Scalpel Blade              03:55    

4. Slaughtered In Soho      04:37    

Durata:18:53     

Settimana intensa quella che sta trascorrendo, non sempre siamo cosi indaffarati, ma le uscite di Svartsyn, l’anteprima dei nostrani Velch e il ritorno di quel monolito a nome Carcass ci hanno fatto fare gli straordinari.

Che i Carcass siano una istituzione è inutile dirlo, il loro nome suscita reverenza nonostante le loro ultime battute a vuoto, perché lo dico sinceramente  a me “Swansong” non era piaciuto ed il postumo “Surgical Steel“ l’ho trovato un fratellino ino ino di “Heartwork”; nonostante questo gli inglesi godono di talmente tanta devozioni fra i fanatici del Grind prima, dei patiti di Gore e Death per terminare con i fedelissimi appassionati del Death Metal melodico di cui sono stati fra i primissimi alfieri.

Quindi ascoltare questa nuova uscita del combo di Liverpool, è un dovere a cui non posso sottrarmi, anche solamente perciò che hanno saputo donarmi in giovane età.

Quattro canzoni per capire lo stato di salute della carcassa, posso bastare?

Direi di si, indubbiamente tutto torna a girare molto meglio, ci sono molti frangenti che strizzano gli occhi a varie epoche Death che i nostri hanno saputo esplorare, ma stavolta a differenza degli ultimi qui girano bene,certo non si arriverà agli apici toccati nella loro epoca d’oro, ma cazzo almeno sono cazzuti, ruvidi in talune occasioni, malsani, acidi, melodici quanto serve, e anche la batteria torna ad essere una parte integrante del suono, piuttosto che una misera scimmiottatura dello sventurato Ken Owen (che reputo tutt’oggi uno dei mostri sacri del genere).

Quindi ritroviamo decisione del riffing, bello variegato, serrato nelle parti giuste, con partiture ritmiche che passano istantaneamente da note melodiche a passaggi plettrati, ad accordi ribassati a giri frenetici come possiamo evidenziare in “The Long And Winding Bier Road”, insomma il vero trade mark Carcass qui lo si può trovare ampiamente e con un certo sollievo direi io.

In alcuni occasioni mi dispiace non sia stata inserito il growl iper effettato ( chi ha detto “Slaughtered In Soho “) degli esordi perché ci sarebbe stato da dio, ma almeno la voce di Walker è rimasta abbastanza tonica ed aspra, cosa che avrei visto bene certamente in “Under The Scalpel Blade” o .

Certo i titoli cervellotici e grottescamente splatter o asetticamente deviati, non li ritroviamo, ma non sono più ragazzini e probabilmente preferiscono non autoclonarsi, cosa che invece non accade certo per la copertina scelta… una brutta rivisitazione del capolavoro del già citato “Heartwork”, ma stavolta non c’è quel pazzo visionario di Giger alla realizzazione della stessa, peccato…

Certo qua e là si risentono certi vagiti già abortiti o arrangiamenti vicini ai loro grandi classici, ma in senso generale i pezzi sono ben costruiti e ricreano buone sensazioni, almeno per me che ho adorato l’eccesiva degenerazione musicale che seppero donarci. Quindi nonostante forse certi elementi rock non avrei preferito vederli inseriti, devo dire che per 80% abbiamo ottime soluzioni, che solamente loro possono suonare senza rischiare il plagio.

Dagli assoli certo avrei potuto aspettarmi meno soluzioni cosi classicamente melodiche, per favorire soluzioni più debordanti e fuori dagli schemi, come hanno insegnato a migliaia di chitarristi, per fortuna che negli ultimi due brani qualcosa sfugge dal manico delle asce…

I Carcass non tornano alla massima forma, ma almeno mi fanno ben sperare per un futuro degno di tale altisonante importanza, perché… i Carcass sono i Carcass.. e se loro girano a ¾ del loro potenziale già suonano 4 volte al di sopra di ogni imitatore… punto e basta!!!  

Dalla Cripta la Carcassa rantola languida il suo Puzzo di Putrefazione.

Akh

Velch – Preview “Inter Sidera Versos “ (Singoli Digitali 2020e.v.)


– Eroico Furore 4.46

– Spiritual Necropsy 5.54

– 1750 03:29


Durata: 14:09


Quando l’underground chiama la Cripta risponde. Oggi ci avviciniamo ai segreti misterici dei laziali Velch e della preview del loro disco d’esordio.


La band nasce da una idea di IBLIS (Iblis, Funeral Oration, ORGG) e S. JUDHA (Nerodia, ex Doomraiser, ex Deviate Damaen) ai quali si è aggiunto Zeyros (Zeyros’ Cults, ROHESFLEISCH), quindi non certamente dei pivellini di primo pelo per chi ha l’abitudine di sondare il suolo del Metallo Italico.


In questo senso già il monicher scelto è sinonimo di attaccamento alle proprie radici, essendo Velch Dio del fuoco e del metallo, figlio di Uni e una delle dodici divinità maggiori del Pantheon Etrusco.


L’album, Inter Sidera Versos, sarà pubblicato nei primi mesi del 2021e.v. e vedrà la collaborazione di alcuni importanti artisti della scena italiana i cui nomi saranno resi noti nelle prossime settimane.


La batteria è stata registrata a Roma da David Folchitto (Stormlord, ex Fleshgod Apocalypse) presso i Kick Recording Studios di Marco Mastrobuono (INNO, Hour of Penance, Buffalo Grillz, Coffin Birth).


Come detto poc’anzi ci vengono inoltrati tre brani in esclusiva dall’imminente Full Leight; il combo ha le idee ben chiare e mantiene le impressioni che genera, perché i pezzi riescono a realizzare molte sfaccettature nel loro Black Metal.


Quindi troviamo un riffing di stampo classico, che riesce però a brillare di luce propria senza clonare nomi di maggior risalto internazionale, possedendo qualità indubbie ed arricchendosi spesso di giri dal sapore epico e battagliero, come nel caso specifico di una “Eroico Furore” che giova di un cantato in lingua madre che ben si staglia indomito su i miei padiglioni auricolari.

Interessante, anzi molto interessante la struttura scelta anche per la seguente “Spiritual Necropsy” il cui finale trovo superbo e ben affinato con alcuni frangenti dal grande pathos, che riesce a variegare nel suo incedere sia ritmiche che tipologie melodiche, per graffiare sapientemente.


La produzione è bella robusta e ben equilibrata, ogni particolare riesce ritagliarsi la propria fetta di suono senza risultare anonima o impastata; ma andiamo in fondo al ascolto.
Cosa posso attendermi quindi dal ultimo samples scelto da questo gruppo?


Una splendida ed asciuttissima “1750” dove la carica furiosa dei Velch fuoriesce come una eruzione vulcanica, il riffing serrato ed aspro dona una vitalità che gli amanti della Fiamma Nera più intransigenti non potranno che apprezzare in toto.


Dopo quattordici minuti di ascolto, cosa mi rimane?
Sicuramente curiosità, perchè se questo è solamente l’antipasto, credo ci sarà da divertirsi con l’uscita di questo “Inter Sidera Versos”, i Velch dimostrano quanto l’underground possa urlare forte la propria anima senza remore e con un talento da non sottovalutare.
Il nome Velch che tutti i linguisti, unanimemente, interpretano quale nome del dio etrusco del vulcano e del mondo infero, nome presente nel celebre “fegato” bronzeo di Piacenza…


Beh non mi serve di essere un Aruspico per attendermi un grande lavoro; ed oggi Mercoledi giorno dedicato a Mercurio il messaggero degli Dei, il messaggio è arrivato chiaro.


Akh

Svartsyn – Requiem (CD Carnal Records 2020e.v.)

1. The Pale Horse 06:45

2. Inner Demonic Rise 07:32

3. Mystery Babylon 08:21

4. The Desolate 08:30

5. Spiritual Subjection 06:04

6. Little Horn 09:12

Durata: 46:24

Gli Svartsyn non necessiterebbero di presentazione, invece molto spesso sono dimenticati anche dai piu attenti…

il che detto fra noi mi fa anche piacere… perchè è semplice.

Questo longevo combo svedese se ne frega di voi e di cio che fate, suona e crede nella sua interpretazione, crede nel suo Black Metal a prescindere da chi lo ascolti o lo supporti.Con questo nuovo album devo dire che li trovo in una eccellente forma!!!

La Cripta schiude gli antri e ne fuoriescono i loro cavalli fatti di nera tenebra.

Ornias quindi oramai da anni ha preso completamente le redini del progetto e lo guida con affidabile abilità verso i meandri di un Black Metal di tipico stampo svedese.Questo 2020e.v. vede riaffacciarsi quindi nomi che hanno dato alcune gemme preziose, ma al contrario dei compaesani Mork Gryning (ottimi arrangiamenti e qualche colpo di coda, ma…per inneggiare furia e distruzione io mi rivolgo ad altro) dico apertamente che il riffing in questa sede ritrovato è veramente ben congeniato, crudele, a tratti imponente dato che si predilige una base ritmiche corposa piuttosto che serrata, quindi non manca affatto di oscurità e negatività, come accade nelle prime due songs “The Pale Horse” e “Inner Demonic Rise”.

Le melodie che andiamo a ritrovare sono taglienti e ben costruite, senza mai divenire banali o dolci, anzi un gusto retrò a volte fa capolino come nel caso di “Mystery Babylon”, dove però molti elementi si interfacciano fra loro risultando tutt’altro che desueto anzi nello svilupparsi del brano un crescendo un’aurea di Morte si fa sempre più presente e non abbandonerà mai le composizioni che ritroveremo (non a caso il titolo del disco è Requiem).

Ritroviamo qualche frangente decisamente più battagliero e veloce, giusto per non far credere che queste armi infernali siano completamente abiurate; questo è un signor disco e nonostante certe preferenze stilistiche, che ad onor del vero non riescono mai ad annoiare (grazie ad arrangiamenti ficcanti e a linee di alta scuola svedese), il platter ha una sua certa varietà nella sua catacombale essenza.

Le vocals lanciano i loro anatemi neri, e ben figurano fra giri neri e liturgie maligne, i brani li trovo ben realizzati e ben strutturati (cosa che non sempre avevo ritrovato in una certa loro fascia di alcuni lustri fa), i drappeggi calano pesanti e marciscenti, un sentore di decadenza e mortalità si percepisce sempre più nitidamente fino a raggiungere il suo apice nella sulfurea “The Desolate”.

La fine del disco vede “Spiritual Subjection” e “Little Horn” cibarsi mefiticamente di tutti gli elementi fin qui proposti, segno di un trade mark ferale e grottescamente lugubre oramai radicato nel nome di Svartsyn.

La Stoccolma Nera si può fregiare di un altro tassello sul Trono della Sorella Scura.

La sua mano indica senza pietà lo scandire di un imprescindibile canto di Requiem.

Akh

Lebensborn – Liberators (Demo Digitale Autoprodotto 2019e.v.)


1. I 06:27

2. II 05:11

3. III 06:53

Durata: 18:3


Beh… a Noi della Cripta non piace certamente star a girarci i pollici.. se possibile rovistiamo nel Passato, ci aggiriamo circospetti nel Presente, per visionare le validità che hanno prospettive future.


In questo caso, ci piace soffermarsi su un attrezzo molesto, capitato per caso grazie a D.H. degli Exaltatio Diaboli che li segnalava. Ci è sembrato giusto fermarsi ed ascoltarli.
Lebensborn era un progetto ideato da Himmler per la progenie di una certa elite di ceppo tedesco che aiutava le donne nella procreazione della linea Aria. Cosa attenderci? Non lo so… non conoscendoli minimamente, quindi la cosa più semplice è ascoltarli e riascoltarli.
Sicuramente non sembrano dei chiacchieroni i nostri ternani, si l’Italia continua a sputare anime nere come se ne dipendesse della sua salute, oppure è proprio per la sua odierna salute che vomita Anime Nere?


A parte le presentazioni ci troviamo immediatamente coinvolti nelle tenebre di questo Demo, si perché la tensione si avverte immediatamente, disagiata, moderna, acida, disarmonica e maledettamente funzionale.
I brani che hanno i titoli di I, II, III, molto semplicemente (figurati se non li comprendo che da una vita faccio del ermetismo una pratica continua) hanno un sapore agre, disardorno, minimale, nichilista, a volte sembra che le bordate che tirano sia di vago alone Post B.M. ma senza la presunzione di essere bellocci o fuori dagli schemi in maniera meramente estetica.


C’è in realtà una figura minacciosa e meravigliosa nella loro creazione, una finestra lugubre e solare, una forma splendida che sborda fuori dagli spazi, un vestito elegante ottimamente realizzato su un corpo XL.
Ritrovo una stato di gradevole decadenza e perduta speranza (come nel caso del opener) nelle musicazioni di questo quintetto, il conflitto e la bellezza delle rappresentazioni che qui ritroverete sono rimarchevoli, uno splendido eccesso, un tumulto vivente, questo viene fuori da questo “Liberators”.

Il groviglio vocale iper effettato riesce a destare un senso di abominevole incedere, dentro gli arrangiamenti che si sospingono continuamente a dar corpo a qualcosa di ispido, irregolare e concreto progetto, i tempi dettati soventi non calcano la mano per acuire la pesantezza degli intrecci acustici per la quale mi sento di far una grosso plauso al lavoro di basso, che lega in maniera ottimale tutte le storture prodotte dal combo di Terni.


Ogni cameo è un prezioso motivo d’ascolto, un valido motivo per accettarne la derelitta visione delle cose, un valido motivo per nutrirne l’acredine, il risentimento, la deturpazione feroce che mettono in pratica in ogni battuta le chitarre aspre e taglienti.


Come non rimanere meravigliati dallo sviluppo quasi progressive di “III”, quando la disarmonia diviene talmente intensa da giungere ad un cromatismo perfettamente amalgamato.
Che sia questo il segreto del progetto? Continuo a non saperlo.


Ma di questo sono certo i Lebensborn hanno liberato i loro genii e da ora in avanti dovreste tenerne di conto profondamente perché le loro qualità, le loro virtù artistiche, le loro follie, i loro stati di alterazione, saranno il richiamo a qualcosa di superiore, non nel senso stretto del termine , ma che sfonda le cornici; che oltrepassa l’inquietudine per vivificarne l’essenza.


Date a loro il vostro supporto, perché questo progetto merita la promozione e la promanazione.


Un Demo da valorizzare e divulgare senza remore, il pollice è levato Lebensborn!


Akh

A Monumental Black Statue – Earth Totem III (EP Digitale Autoprodotto 2019e.v.)

1. Night Without End.      06.32

2. Nine Orbs.          04:32  

3. Saturnine.           05:06  

4.We Will Be True To Thee Till Death.    08:01          

 Durata: 24:11       

La Cripta conosce questo combo umbro fin dai suoi esordi, ci capito fra le mani quel “Aere Perennius” che fù il primo vagito del gruppo, ma anche le altre sfaccettature soprattutto di D.H. (Mete Infallibili, Criptum, Exaltatio Diaboli, giusto per citarne alcuni) quindi è abbastanza semplice visualizzarne la crescita e l’evoluzione stilistica, che viene compiuta con questa trilogia ed in particolare con questo terzo atto.

Lo svillupparsi del riffing si è fatto un mix letale delle varie influenze dei suoi membri, in un caleidoscopio sfaccettato e ben strutturato, A.M.B.S. in questa realese riesce a miscelare spesso assieme, la furia tipica del B.M. e del suo piglio fiero ed epico, a linee disarmoniche (di cui l’opener fà bella mostra) e in cui si vira a tratti nella vena sperimentale  che colse Abigor in primis, ma anche Dodheimsgard come in apertura e chiusura di “Nine Orbs”.

Si percepisce immediatamente che questo lavoro è un lavoro profondo, maturo, ispirato, realizzato in uno stato di assoluta trascendenza (come ci affermato lo stesso D.H.), dove gli spiriti stessi degli autori riuscivano ad incontrarsi ed a svilupparsi, auto alimentandosi, in una Fiamma vivifica, illuminante, che portava i protagonisti a realizzare un climax intenso ed unico.

La copertina ci indica proprio questo viaggio profondo dentro se stessi, una esplorazione radicale e senza mezze misure che fuoriesce allo scoperta libera da veli e limitazioni, basto ascoltare la splendida  “We Will Be True To Thee Till Death” che diviene l’emblema di questo Ep, in cui si passano in rassegna tutte le vibrazioni fin ora intessute dagli A.M.B.S.

I ritmi sovente sostenuti, trovano a tratti parti più rallentati, ma senza smettere di violentare il rullante che rimane sempre energico e battagliero, anche nella intima “Saturnine”, che come ben si conosce è il pianeta del cambiamento, delle prove a cui siamo sottoposti e di ciò cui siamo effettivamente nel nostro essere più profondo senza maschere.

Qui quindi si palesano assolutamente, quasi in maniera liturgica e viscerale gli A Monumental Black Statue, con un prodotto che ha tutte le ottime meraviglie di chi ha mezzi, talento e voglia di tirar fuori il suo spettro più completo e vero, se poi questo diviene una sorta di nichilistico addio per divenire un’altra forma o serve per incominciare un nuovo ciclo/percorso bene; perché questo in verità è un ottimo Grande Addio!!!

Ascoltateli e riascoltateli, troverete tante qualità dettate dal sesto pianeta e da un gruppo di musicisti senza paura.

A.M.B.S. è un monolito, temetene la sua ombra ed avvicinatevi ad esso, Earth Totem III non vi lascerà indifferenti, che voi vogliate o meno Saturno vi attende.

Akh

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