1. Iri-Has Chu, D’un Désastre Obscure 11:11 2. Ô Grand Fossoyeur Des Paix Nocturnes 06:24 3. Le Roi Des Morts 03:58 4. Je Suis D’ailleurs 06:45 5. Ars Moriendi 06:49
Durata:35:07
Qualcuno ha qualche sussulto nel sentire nomi di questo genere (Ordo Templi Aeternae Lucis, Seigneur Voland, Kristallnacht), perche’ dietro a questo progetto risiedono le menti di Hunferd e Xaphan, che si applicano con un BM diretto, ma con contaminazione Dark Ambient, dall’effetto suggestivo, oscuro e tetro.
Nella Mezz’ora abbondante di questo lavoro troverete, sia il lato piu’ freddo e cerimoniale, sia sofferenti e tristi parti BM (basti ascoltare l’introduzione a “Iri-Has Chu, D’un Désastre Obscure”), dove una carica di negativita’, si sviluppa per far posto ad un arpeggio sospeso e suggestivo, in cui i nostri fanno ricadere tutta la tragicita’ del pezzo con avvento di chitarre gravi e melanconiche, sui cui versera’ il suo scream viscerale Xaphan. Un pezzo lungo che si sviluppa su tempi medi, ma che sapra’ mantenere sempre l’attenzione viva grazie ad arrangiamenti semplici ma efficaci.
Certo questi Enfeus Lodge, non riescono a farmi annoiare, anzi… dato che le seguenti canzoni hanno tutte delle peculiarita’ brillantemente nere, dove certi arrangiamenti pacati fanno da controparte all’oscurita’ delle composizioni e le spire drammatiche dei riff vengono avvolte da lievi arpeggi e sottili tastiere, per aumentere il disagio ed incrementare il sentore di agro che il duo francese è ottimo nel creare, come in “Ô Grand Fossoyeur Des Paix Nocturnes” e “Je Suis D’ailleurs”.
Anche la tastieristica “Le Roi Des Morts” nel suo lento incedere ha una crescita che sfocia in progressiva sofferenza e bestialita’, ne è una conferma la prova vocale a termine del brano, in cui tutta la rabbia fuoriesce come a monito, del destino ultimo che tutti avranno, che si esemplifica nella conclusiva “Ars Moriendi”, un asfissiante pezzo Dark Ambient, che odora di morte.
Un odore incessante che si fissa dentro, come il terrore di un fato certo.
Nascono nei meandri bui delle cantine fiorentine e piu precisamente da una idea di Leonardo Moretti (già conosciuto dalla Cripta e negli ambienti piu underground per esser stato parte attiva dei celebri Inner Shrine) questi Evolcraft. Se ben guardiamo, il leggero anagramma con annesso gioco di parole ci indirizza immediatamente su alcune forti caratteristiche che influenzeranno il suono della band; ovvero Lovecraft e tutto il carico di follia aliena che si porta dietro e Evol, la perfidia che viene annessa dentro ad un muro di suono dai termini tipicamente Doom/Death dall’incere scuro e scarno.
La demo tape che ho fra le mie mani, ci indica l’amore per formati che tanto hanno dato in un certo passato che certamente supporto e condivido pienamente, quindi anche la proposta si allinea a questa inclinazione e non parlerò ne di Funeral Doom, ne di tutti quei magheggi nei termini per indicare generi già esistiti ma revisionati in chiave “moderna”, qui si parla esclusivamente di Doom con un classico ed abrasivo growl Death da parte di Andrea già con gli Embrace My Ruins.
La cover color verde ed il titolo del nastro (limitato a sole 50 copie) ci pervadono la memoria di orrori provenienti da spazi sconosciuti o da lande inabitabili per il minuscolo animale umano.
Ecco propriamente qui gli Evolcraft compongono il loro requiem, innalzando quel tempio nero pece, che è composto da un monolitico suono dal sapore retrò tanto da manifestare chiare influenze inglesi (soprattutto nella conclusiva “Invisible Stars”), ma senza perdere di vista la propria identità, quindi potremmo ascoltare riferimenti ai primissimi Paradise Lost, ai seminali Black Sabbath o ai loro figliocci Cathedral come si potrebbe ben evidenziare nella seconda “Voices From Inner Wells”.
Giulia dietro le pelli si adopera alacremente per ottenere una sezione ritmica robusta e nervosa, che ben si bilancia fra le dinamiche e le distorsioni corrosive e profonde di Leonardo nel doppio ruolo di chitarra e basso.Come accennato in precedenza la profondità dei suoni è fortemente caratteristica tanto da ricordarmi un’altra landa foriera di morte plumbea come la Finlandia e quindi i vari Unholy o Thergothon quest’ultimi anch’essi debitori al maestro H.P.L. per le influenze ricevutesi, potrebbero venir inseriti nel pantheon monolitico di questi Evolcraft. Il basso incredibilmente presente padroneggia la scena assieme al contraltare cantato che ben si sposta alle melodie inventate da Leonardo, assicurandosi attenzione ed efficacia per le scelte espresse, riuscendo ad esser vitali nonostante la natura del suo stesso genere.
Altra segnalazione la vorrei indicare proprio nelle strutture dei tre brani presenti nel demo, in quanto riescono ad essere catacombali, lente ed esasperate, ma senza mai allungare il riffing al infinito, anzi il fattore additivo stà proprio nel giusto mix di persistenza e dinamicità, senza minimamente snaturare la proposta con esperimenti dal poco costrutto.
I tentacoli del Grande Antico, affondano dentro i sogni di perduti seguaci, nascosti in oceaniche vastità dimenticate dal tempo; ai confini delle piane solitarie, gli abitanti della zona si attorniavano errabondi per professare i loro blasfemi credo. Qui in piedi, oscuri, lucidi nella loro Follia Mistica, tre sacerdoti pregavano incensantemente le odi al terrore più profondo e sconosciuto: Evolcraft.
La No Fashion è stata una garanzia indiscussa sul fronte svedese, da questa etichetta sono usciti calibri come Dissection, Marduk, Dark Funeral, Allegiance, Mork Gryning, Katatonia, Lord Belial, Unanimated, Vinterland… non spesso però mi vengono ricordati i Noctes ed il loro esordio.
Le composizione che troviamo qua presenti, non cedono niente, ritmi sempre molto sostenuti, nonostante le chitarre cerchino spesso melodie ed armonie dal sapore scuro ed epico, in certi frangenti sfiorando alcune cose dei nostrani Necromass (che con “Abyss Call Life” si avvicinarono molto alle tinte svedesi, pur rimanendo un lavoro strepitoso). I brani comunque riescono a tener sempre viva l’attenzione come nel opener “Twilight Elysium” dove troviamo un arpeggio celestiale ad inserirci in questo sulfureo ed eterogeneo album, per poi farsi da parte alle ritmiche sostenute dalle asce di Holger Thorsin e Pasi Lundegård che non calano mai in sbavature od intensità.
Tutto il gruppo gira ottimamente in ogni frangente, ed anche l’inserimento delle keyboards ad arricchire di pathos le armonizzazioni esaltando ulteriormente il lavoro di questi ragazzotti, ottima anche la batteria che dona dinamicità a pezzi che comunque cercano di non rimanere mai statici nei loro momenti, trovando spesso momenti baldanzosi.
Struggente e carica di rabbia sommessa pure la tastieristica “Winterdawn”, seguita dalla veloce “Purgatory Temptations” in cui si affacciano a sonorità care ai Dissection, ma senza mai cadere nel tranello di puerili scopiazzature, anzi manifestando una personalità e ricchezza di idee non indifferente.
Anche in questo caso la Svezia riusci a partorire una piccola grande gemma!!! Un album che ritengo assolutamente sottovalutato; veramente un esordio di livello, l’unica pecca è che il gruppo non riusci a bissarlo e poi lo split.
Questo non toglie comunque niente a questo “Pandemonic Requiem” che ho sempre trovato clamoroso!!!
Un album che ho sempre creduto meritevole dello status di Culto. La No Fashion anche stavolta aveva fatto centro.
Se lo trovate prestategli un ascolto, se il Black Metal ferocemente melodico di natura svedese vi attira potrebbe essere una bella rivelazione!
01 – Waltz Of The Dark Riddle 4:31 02 – The Tree 8:40 03 – Pray For Me Now 7:55 04 – Song From Kallsedet 6:08 05 – No More White Horses 6:58 06 – You And I 6:05 07 – Lonely Land 10:27 Sitar – St. Mikael*
Durata: 50:44
Capolavoro del Heavy Prog svedese… Che viaggio nel passato!!!
Un viaggio interessante come dicevo, perché mi sono accorto di tante cose, grazie all’arte dell’auto-osservazione che è davvero essenziale, anche durante l’ascolto.
Oggi sento molto meno prog di un tempo, eppure ci sarebbero un sacco di belle band da scoprire… ogni tanto me ne capita una, anche tecnicamente più preparata di quelle che ascoltavo negli anni ’90, e con idee forse migliori, ma pur riconoscendo queste qualità, la musica non penetra come invece fa di botto con un disco come questo, che ascoltavo nelle serate febbrili dei miei 20 anni…
Dall’ultima volta che l’ho messo su deve essere passata una vita, eppure è stato come fosse ieri. A volte mi chiedo come sia possibile che qualcuno possa pensare di imporre delle scale di valori alle esperienze degli altri, che sono sempre uniche e speciali a loro modo…
Certo, si possono giudicare la tecnica, lo stile, il suono, la performance, i testi, ma l’esperienza di ogni singolo ascoltatore è assolutamente unica e incriticabile.
Akh una volta mi dicesti; non importa il tipo di musica che ascolti, l’importante è l’emozione che ti dà.
Niente di più assolutamente vero!!!
E poi un’ultima curiosità riguardo a questo cd… la dedica sul libretto del mio amico, il buon vecchio Giaime (fu un suo regalo), una sola parola lasciata col pennarello nero: “SEMPRE…”🙏☀️
1. All Traps on Earth 18:15 2. Magmatic Warning 16:09 3. Omen 12:59 4. First Step 02:03 5. Bortglömda Gårdar 14:03
Durata: 63:29
Dalle ceneri degli Anglagard, band fondamentale del progressive scandinavo degli anni ’90, arriva questo progetto di Johnson-Hammarstrom, rispettivamente tastierista e batterista della vecchio gruppo svedese, l’ennesimo omaggio a quel prog più colto che vede nei King Crimson i suoi capostipiti.
La title track che apre l’opera ci riporta subito indietro di un quarto di secolo. Le sonorità sono quelle dei due album che riscrissero la storia del prog, in un periodo davvero intenso per questo genere. Forse siamo addirittura una mezza spanna sopra, almeno tecnicamente parlando.
Ma già nel secondo pezzo, Magmatic Warning, veniamo guidati verso sonorità diverse, più delicate, con un sax che ci prende per mano per mostrarci nuove meravigliose terre della melodia. Ma non è tutto oro ciò che luccica, e le sperimentazioni sono proprio dietro l’angolo.
Omen ci regala qualche citazione horror alla Riz Ortolani, per poi aprirsi sapientemente alle divagazioni progressive, e tornare nel finale in luoghi del crepuscolo, rischiarati dai bagliori dei coltelli sporchi di sangue.
Una parentesi quasi acustica di un paio di minuti tra mistero e malinconia, per finire poi con un altro pezzo di 14 minuti che è pura apoteosi sonora.
Non ascolto più molto prog ormai, ma un gioiello del genere può farti ringiovanire di vent’anni.
Magari bisognerebbe aspettare l’autunno per goderselo perbene… 🙂
Winterblood non è sconosciuto alla Cripta, anzi più volte è stato incrociato nei suoi lunghi giri Dark Ambient e quasi sempre ha destato un sentore di distaccamento ed etereità ai nostri sensi.
Come si sarà quindi evoluta questa difficile commistione?
Provo a vedere in giro ed è lo stesso Stefano Senesi a venirmi in soccorso, indicandomi quanto segue: “WALDEINSAMKEIT – Le forze dell’ombra parlano per enigmi che sfidano la ragione; segni ammonitori e presagi mi avevano avvertito.
Nel silenzio di questa gelida notte, un incantesimo mi obbliga a vagare nelle antiche foreste, dove percepisco un mondo ultraterreno, il collegamento con una forza non umana. Una melodia sovrannaturale penetra questi boschi neri e terribili; un suono che flagella la mia mente. Lo percepisco come il simbolo di un tremendo segreto nascosto. Mi sono smarrito in un labirinto, un luogo arcano, estraneo e terrificante, tra spirali di nebbia e figure fluttuanti, luci tremolanti. C’è una porta, che dopo essere entrati, scompare. Sto passando in un altro piano di esistenza.” cit. dal Bandcamp. ( https://winterblood78.bandcamp.com/album/waldeinsamkeit-i-iii )
La spiegazione è assai intrigante, preparo quindi le cuffie e mi accingo a questo pellegrinaggio…
Devo affermare una semplice cosa… ci sono leggende che sono indubbiamente più che racconti, specialmente se narrano di foreste, incantesimi, voci, luci e strade senza ritorno. È una esperienza che ho vissuto proprio quest’anno nel buio assoluto dei boschi dell’Appennino, luci misteriose si affacciano davanti ai tuoi occhi e sentitamente ti indicano sentieri fuori rotta, in cui è facile prendere strade sconosciute e che portano lontano.
Ecco immagino quindi quale sia potuto essere lo stato d’animo per comporre questa trilogia, il suo sviluppo la sua essenza.
È un lungo, lunghissimo viaggio, in cui il corpo diventa inerme, è unicamente un guscio, un mezzo assoggettato da correnti nervose che vengono esplorate ed eccitate dalla propagazione dell’oscurità, del silenzio, del paesaggio che scorre sotto piedi che divengono sempre più distaccati, lontani, alieni.
Quello che diviene realmente importante è il respiro e la connessione che si è attivata con quelle forze silvestri. Si rischia di cadere in uno stato di trance, o di veglia meditativa camminata, altri possono distaccarsi per sperimentare viaggi astrali e se si ha l’impulso di veicolare tutto ciò tramite la musica, si crea purtroppo un pericolo enorme, ovvero di non aver formati che diano giustizia a questa dilatazione spazio tempo divenendo miserabilmente “corti”.
Questo “Waldeinsamkeit” ci aiuta, ci viene in soccorso ennesimamente, prendendosi fin da subito tutto lo spazio possibile, per accompagnare lo stato quasi ipnotico che viene a formarsi, senza creare traumi, rispettando in toto l’atto esperenziale che si sta compiedo.
I tre atti hanno un posizione specifica quindi: lo smarrimento magico, del infinito primo capitolo serve per rapire l’attenzione, creare un distacco, un involontario smarrimento, una perdita dei confini preservati, serve per creare un isolamento assoluto, fuori da tutto ciò che fino ad ora ti aveva confortato e dato sicurezza.
Il secondo, quando razionalmente si comprende cosa sta succedendo, generando pericolo, terrore, fragilità, le forti correnti silvestri che si ascoltano sopra le basi drone, non cercano di rassicurarti, ma al contrario vogliono farti vacillare, cadere, perdere, vogliono che tu possa comprendere quanto l’oscurità sia foriera di morte, quanto tutti gli affanni che ci si arrecano siano assolutamente ineluttabili. Ma questo brano ha una maniera d’essere che indica la Via, pian piano sposta la sua attenzione verso la melodia, facendo si che la mente incominci a rinsaldarsi perdendo man mano le sue scorie, che possa farle capire, che tutto ciò che aveva sofferto in realtà doveva essere, per morire e ritrovare una nuova forza scintillante.
Il terzo atto è la metamorfosi compiuta, l’abbandono assoluto di ciò che è stato il nostro “io” iniziale, la nuova dimensione del nostro essere, in cui misteriosamente ci caliamo, ci riconosciamo, perché solo trasmutandoci siamo potuti entrare un contatto con la nostra parte superiore; più consapevole, energica, eterea, uranica. Una Via che non conosce ritorno.
Questo è per me “Waldeinsamkeit I-III” un’ esperienza.
I Lascar li ho incrociati di nome svariate volte negli
ultimi anni, ma vuoi per la saturazione del mondo musicale, vuoi per incuria
personale, non avevo mai preso del tempo per ascoltarli. Cerco di colmare
questa lacuna e vi segnalo il suo Bandcamp (https://lascar.bandcamp.com )
È uscito il 2 Ottobre il nuovo Ep “Palynomorphs”, decido di
dargli una possibilità e… sorpresa scopro che i Lascar sono una one man band organizzata
da Gabriel Hugo e proveniente dal Cile, per la precisione da Santiago del Cile.
La proposta che mi ritrovo davanti è alquanto fuori dagli
schemi che preventivavo, ovvero, un Black Metal arcigno, ma dal forte incipit
Shoegaze, come se gli Alcest decidessero di menar duro e dimenticarsi le clean
vocals per lanciarsi in parti vocali aspre, sofferenti e lancinanti di rabbia.
Altro punto di comunione lo potrei ritrovare nelle poesie musicali di certo
Cascadian Style o nei canti notturni di certa scandinavia omaggiante il
versante più naturalistico o ancor di più l’esordio di Fyrnask che ho sempre
trovato sublime.
Le melodie ritrovate in entrambi i brani sono veramente efficaci, in particolare la seconda “The Farewell”, possiede chitarre sentite, atmosferiche, selvagge e senza remore nel sembrare dure, di quella durezza che si affaccia in un lago forestale, e che sà che dovrà farsi trovare pronta quando la tempesta sferzerà o i predatori umani verranno ad invadere questi luoghi. In tutto ciò vi ritrovo una fierezza spavalda, melanconica a tratti, ma dalla forte vena seduttiva, come si denota dalla superba copertina.
Cercherò di espiare le mie mancanze, andando a ripescare la
produzione di questo progetto, perché la Natura qui trova voce tonante, senza
eccessivi addolcimenti o ammorbidimenti destinati a cittadini in pantofole.
Veramente una gradita sorpresa. La Natura selvaggia urla con Lascar.
Si lo ammetto, alla Cripta piace davvero moltissimo andare a scavare nei meandri lontani, dove pochi ancora sono passati o in lidi che rispendono di luce oscura nascosta ai più. In questo caso scendiamo a trovare una nuova creatura dei boschi del Östergötland di Svezia: Svarteld (https://svarteld.bandcamp.com/releases ).
Il demo che ci apprestiamo ad ascoltare è un classico
esempio di come la Madre Sverige ha nutrito alcuni pupilli, in questo caso Ola
Brandt (che si preoccupa di suonare tutti gli strumenti ad eccezione del solo
posto in “Galder över Sejden”), che non hanno più dimenticato come il Black
Metal abbia fatto scuola e infilato schiere di affezionati.
In questi poco meno di venti minuti, ci si ritrova nell’epoca
aurea della scena B.M., le chitarre suonano zanzarose, taglienti e vittoriose,
la batteria suona leggermente ovattata nella cassa, le melodie sono da
incorniciare in toto e la voce è aspra e scardina (come accade nel pezzo sopra
citato) violentemente le poche reticenze che potremmo avere, dovute al anno in
questione.
Potrebbero tornarmi in mente le parti più feroci dei primi Windir in primis, poi il mini degli Amsvartner o l’esordio dei Noctes, passando per i mai troppo celebrati Cardinal Sin ma non siamo dietro ad un progetto che ricopia i maestri, qui ogni riff è prezioso e senza tradimenti si percorre una strada propria, dove melodie secche ma dal ampio respiro, sferzano nel viso come il vento ghiacciato di una scandinavia selvaggia.
La ferocia e l’affilatura
dei brani è assolutamente sostenuta in tutti i brani presentati, non ci sono
cali di nessun genere è una fiera devastante e glorificante lo splendore di
questa Arte Nera, come ci capita nel splendida “Färd Mot Hemman” dai tratti
fortemente emotivi, dove mi diventa difficile non trattenermi.
Un lavoro questo meritevole di lode e che meriterebbe un
sostegno indubbio, che sorpassa lo status di demo, ma si attesta fin da adesso
ad un valore che diviene assoluto, proprio per l’intensità percorsa e
rappresentata.
Un “Nederlag för Korset
“ che ogni amante del Black Metal di natura svedese dovrebbe ricercare e
sostenere, augurandomi che possa trovare il giusto spazio. Vi indico questa one
man band come fiera ereditiera dei veri valori della tradizione Black Metal, da
cui mi attenderò fulgide cose.
Anche oggi la Cripta è riuscita a svelare drappi degni e magniloquenti. Una piccola gemma occultata nel Östergötland .
Beh dopo la sua
dipartita dai Dissection chi di voi non era curioso di vedere cosa John
Zwetsloot avrebbe tirato fuori dal suo cilindro? Eccoci accontentati con questi
Cardinal Sin.
Quattro pezzi di puro
Black/Death svedese in classico stile Zwetsloot, in cui possiamo ammirare
quanto questo genio sregolato abbia dato in termini di classe a quel capolavoro
di “The Somberlain”, arpeggi e riffing serrati si sposano con
maestria incredibile, su cui Joakim “Af Gravf” Göthberg (ex Marduk) si
ritaglia elogi con una dimostrazione incredibile per cattiveria e tagliente
ferocia vocale, oltre a dimostrarsi un valente batterista, per come riesce
senza cali a rendere accattivante la sua prestazione dietro le pelli.
L’iniziale
“Spiteful Intent” si apre melodica ma ispiratissima sia per riffing,
sia per arrangiamenti, nelle parti piu’ veloci e nei break, sia nelle parti
piu’ midtime, in cui la testa incomincera’ a scapocciare senza la vostra
volonta’, un pezzo che riesce a prendere dentro veramente di brutto.
La successiva
“Probe With A Quest” è un brano che va’ ad elogiare un’altra vecchia
conoscenza, tale Magnus “Devo”
Andersson (anch’esso gia nei connazionali Marduk), è sua questa composizione,
che seppur piu’ moderata nel ritmo, mantiene tutta la freschezza melodica del
pezzo precedente dando una strizzatina d’occhio al Thrash (non so’ a voi, ma la
prima pennata mi ha riportato a mente i Megadeth di “My Darkest
Hour”), cosa che arricchisce ulteriormente il suono di questi ispirati
svedesi.
La seguente “The
Cardinal Sin” è il brano piu’ incisivo del lavoro, la melodia del gruppo
si schiettisce per divenire piu’ abrasiva e diretta, la voce di “Af
Gravf” diviene irrefrenabilmente aspra e pare davvero che sputi addosso
tutto il suo carico d’odio e astio e il gruppo lavora duramente per
coinvolgendoci emotivamente, riuscendoci alla grande.
La chiusura viene
affidata alla sognante chitarra classica di Zwetsloot, che non si smentisce
regalandoci quaranta secondi di poesia musicale.
Un mini che vale piu’
di tanta inutile plastica.
I Cardinal Sin hanno
fatto centro, complice il talento e la prepotente freschezza d’idee del gruppo,
non ci rimane che attenderli sulla lunga distanza; augurandoci che la scostanza
di Zwetsloot non abbia la meglio sulla sua indubbia classe.
Un mini che ogni
amante di certa Svezia deve possedere indubbiamente e senza remore!
1.Häxan 04:01 2.Crippled Mangled Flayed Mutilated 02:14 3.Ten Thousand Needles 03:38 4.Reavers Of Their Eternal Sleep 04:12 5.The Brown Jenkin 07:27 6.Osculum Infame 04:35 7.Be Bewitched 03:15 8.Forgotten Rites On The Swamp 03:21 9.Unctorial March 06:13
Durata: 38:56
Dato che la Cripta ha odorato metifiche e olezze note recentemente, mi torna a mente un posto dove trovare un altro lavoretto niente male, sempre pieno di ragnatele e orrori grotteschi da ascoltare. “Witchfun”.
Questa e l’ennesima palata di Morte da parte degli Zorndyke!!!
Dopo quel grumo putrescente di “On Mayor Altar’s Edge”. Farei loro i complimenti veramente per moltissimi punti di vista… il primo è comunque che si comprende una ricerca che stanno sviluppando, ovvero andar a ricercare le radici più profonde e antiche del Death Metal, tanto è vero che sono andati forse in una fase musicale che è da considerare più protoDeath Metal, con influenze che definirei Crust, per certi versi anche ritmici; per quanto il mio brano preferito che si discosta da questa analisi sia indubbiamente “The Brown Jenkin”, dove ho eiaculato vermi!!!
Credo che brani cosi oggi non se ne ascolti veramente più, dove a mio avviso si era trovato il mix più mortale e ferino del Death Metal, con tonnellate di pesantezza, oscurità, violenza, perversione e malattia. Un periodo d’oro che gli Zorndyke sono riusciti a recuperare pienamente.
Altra situazione che mi ha intrigato a bomba sono i tempi lenti che hanno utilizzato nei vari brani, veramente mortiferi! Forse i più riusciti in senso assoluto, tanto è vero che se invece di aver sviluppato in senso ritmico “Haxan”, ma ne avessero tratto un monolitico brano midtimes sono ultra convinto che avrebbe tirato giù cattedrali d’ossa.
Si avverte indubbiamente la maggior perizia tecnica, quindi potrebbe essere una sfida interessante per la band realizzare un brano esclusivamente lento, sarei veramente curioso dell’effetto catacombale che potenzialmente si andrebbe a riprodurre.
Altro grandissimo pezzo è ”Osculum Infame” dove la malattia, l’insanità e la depravazione tornano felicemente a tormentare le nostre liete orecchie. Insomma per i padovani con questo “Witchfun” è l’ennesima dimostrazione di ruvidità unita a sana violenza ultra corrotta dal tempo e dalla voglia di essere profondamente sgarbati e musicalmente incivili!
Veramente Bravi Ragazzi!!! Ovviamente non un lavoro per i deboli d’udito!!!