TOOL – Fear Inoculum (CD + Digital Tool Dissectional – Volcano 2019e.v.)

1 – Fear Inoculum – 10:20

2 – Pneuma – 11:53

3 – Invincible – 12:44

4 – Descending – 13:37

5 – Culling Voices – 10:05

6 – Chocolate Chip Trip – 4:48

7 – 7empest – 15:43

8 – Recusant Ad Infinitum (Video) – 6:44

Durata:  79.10 (CD)

Download Edizione digitale

1 – Fear Inoculum – 10:20

2 – Pneuma – 11:53

3 – Litanie Contre La Peur – 2:14

4 – Invincible – 12:44

5 – Legion Inoculant – 3:09

6 – Descending – 13:37

7 – Culling Voices – 10:05

8 – Chocolate Chip Trip – 4:48

9 – 7empest – 15:43

10 – Mockingbeat – 2:05

Durata: 86.38

Alcuni lo hanno definito l’evento dell’anno, altri sono volati ancora più in alto chiamandolo l’album del secolo, ma il rock può dare alla testa, si sa… Una cosa è certa, tutti, ma proprio tutti, attendevano con trepidazione l’uscita del nuovo album dei Tool. Gli ci sono voluti ben 13 anni per incontrare le loro aspettative, perché i ragazzacci dovevano dare un seguito a capolavori quali Lateralus e 10000 Days e non era facile…

Decine di pezzi scartati, ore di musica scritta e riscritta, il maniacale processo creativo di Adam Jones, chitarrista e trascinatore della band, che sembrava aver logorato nel tempo la sanità mentale dei suoi compagni, un Maynard sempre più enologo e sempre meno cantante (anche se quest’anno si è concesso addirittura due album con Tool e A perfect Circle), insomma una gestazione che potrebbe ricordare un poema epico, perché è solo rock’n’roll, but I like it…

E poi eccolo il giorno del giudizio, quel 30 agosto scorso che ha visto alla luce, con tanto di effetti speciali e colori ultravivaci (vedi boxset special edition), questi quasi 80 minuti (ma sono 86 con le tracce scaricabili a parte) di oscuro viaggio onirico, che non molto si discosta dai suoi precedenti, e a me va più che bene…

Già all’indomani dell’atteso evento si sono riversate in rete le recensioni dei grandi appassionati. Ne ho lette alcune e non ho potuto fare a meno di pensare: ma come, questi ci mettono tredici anni a fare un disco e voi lo giudicate in un giorno, dopo appena un paio di ascolti? E no, ma come si fa? Per questo motivo io ne ho fatti passare 13 di giorni (uno per anno) e durante questo periodo me lo sono sparato in continuazione… ed è stato un qualcosa di sublime, ascolto dopo ascolto.

Si, è un disco fatto più con la testa che con la pancia, ma chissenefrega! Il lavoro di Carey alla batteria e percussioni è semplicemente strepitoso. Pare quasi che la tavola sia stata apparecchiata solo per lui. La voce di Maynard sembra aver raggiunto la completa maturazione, e già lo sentiva in  Eat the Elephant. I riff fanno riecheggiare le antiche litanie della band, facendo gridare all’auto-plagio, ma di nuovo… chissenefrega!!! Questi sono i Tool, e sono qui per farci viaggiare nelle ombre del nostro inconscio. Chiudete gli occhi allora, e lasciatevi andare…

Delle sei tracce dal minutaggio a due cifre rimangono attaccate sulla pelle Pneuma e Tempest, perché la loro componente ipnotica è davvero tanta roba. Non è un caso che mi sono rimaste in testa anche di notte, nel mio letto, al cospetto dell’oscurità…

Se proprio devo essere critico, lo sarò solo sulla scelta di mettere sul mercato solo la versione special edition che costa una sassata (si va da 79 a 139 euro!!) quando a me basterebbe un cd facile facile da un ventino… che mi auguro uscirà presto 🙂

GM Willo

StrommoussHeld – Connective Tissue (Singolo – Autoprodotto 2009e.v.)

-Long Ago Gone   05:59          

-Connective Tissue   04:30       

-WAT (Laibach cover)   06:06   

Durata:16:35

Tornano i polacchi StrommoussHeld (nome difficile ma assolutamente da ricordare) porgendoci un’antecipazione del prossimo full leght, che il gruppo mette a disposizione liberamente in free download a questo indirizzo: http://strommoussheld.bandcamp.com/

I piu’ attenti si ricorderanno il loro debutto ad opera della nostrana Avantgarde Music, un buon lavoro che segnalava potenzialita’ e margini di miglioramento, purtroppo invece scomparsi dopo il mini “Halfdecadance” del 2004e.v.

A cosa sono serviti questi anni di silenzio? Sicuramente a centrare l’obbiettivo; infatti i due pezzi che incontriamo sono l’entusiasmante risultato di varie contaminazioni, le prime che mi vengono a mente sono la miscela dei Samael piu’ elettronici agli In The Woods.. di Omnio (ascoltatevi la magia sprigionata da “Long Ago Gone”), ma conditi da un altissimo tasso di personalita’ e maggiore tecnica, creando un connubio a mio parere davvero avvincente di progressive Black Metal, contaminato ed intrigante.

Pur rimanendo su altri lidi, a volte percepisco la voglia di sperimentare di band del calibro dei Fleurety, anche se l’influenza di Vorph e soci si presenza nelle timbriche vocali e in certi riff di chitarra, che comunque mai tendono al plagio, ma vivono di dimensione propria senza disdegnare minimamente l’impatto come è il caso di “Connective Tissue”, anche l’ottima produzione risalta benissimo l’aggressivita’ del combo polacco e rende percepibili gli intrecci creati dagli strumenti, con un basso monumentale in bella evidenza.

La cover dei Laibach, viene personalizzata e se da una parte forse perde la carica pesante ed opprimente dell’originale, guadagna invece in dinamicita’ e vastita’ del suono delle tastiere, divenendo un possibile hit da concerto in cui scapocciare senza inibizioni e vergogne.

Sicuramente un gruppo che sono felice di ritrovare e che valuto in ottima forma, ovviamente non posso che consigliarvi di ascoltare questo singolo, attendendo a gloria l’uscita del nuovo lavoro.

Gratulazje StrommoussHeld!

Akh

Fourth Monarchy – Amphilochia (cd Helvete.ru 2007e.v.)

1. Alkaest 05:34 
2. La Torre Di Sette Torri 04:38 
3. Al Castello 07:01 
4. Notre Dame. La Città Gotica 04:19 
5. Mistica Notte Di Uno Stilita 02:29 
6. Antiochia 04:43 
7. Il Sangue Del Deicidio 05:03 
8. Ars Naturae Ministra (Une Aventure Esoterique) 05:22 
9. Aghia Sophia 01:11 

Durata: 40:20 

Giungono al loro esordio i veneziani Fourth Monarchy, si riescono ad accasare presso la Helvete.ru, che gli garantisce un formato Digipack. Perché sottolineo questa cosa? 


Per la proposta di questo trio, un Black Metal, di chiara matrice italica, con venature spesso a richiamare il barocco cittadino, mentre per nervosità, asciuttezza del riffing e produzione si accosta alla ruvidezza di certa Norvegia.

Ancora non ho risposto alla mia domanda… il motivo è che in questi Fourth Monarchy c’è molta Venezia, nel Cuore, nell’Origine e nelle idee.

Probabilmente chi è vicino alla mia età, potrà comprendere quanto il Rondò Veneziano abbia scosso i nostri primissimi ascolti musicali, con quell’insieme di orchestrazioni da camera uniti a beats moderni.

Ebbene i nostri a tratti fanno riapparire tali sognanti note, ma in maniera maggiormente consapevole, meno esplicitamente estetiche e più intrinseche al germoglio vitale del gruppo; all’Idea, al Concetto, al Modus Operandi.
Se devo essere sincero nonostante le differenze stilistiche, mi sono venuti in mente gli storici e mai troppo celebrati Evol (anch’essi veneti), forse i primi che riuscirono a “chiappare” un interesse nazionale ed internazionale intessendo la loro proposta musicale, assieme al fascino del sogno e al indubbio alone misterico. 

Ecco i Fourth Monarchy ci assaltano senza tregua, ma dimostrando una classe interiore drappeggiata da sete preziose e ricami d’oro, ecco perché l’edizione digipack, (che purtroppo posso solo immaginare), mi sembra l’unica scelta plausibile e questo è già di per se un enorme indice.

Tralasciando questa introduzione, mi accingo al ascolto di questo “Amphilochia”.

“…cosi la Quarta Monarchia abbatterà tutte le altre”,

questa è la citazione di un vecchio libro; questa è la base su cui i veneziani si muovono, Cultura, Ricerca, e un sentito percorso nella Via della Gnosi. Questo crea un conflitto fra realtà e Realtà, una battaglia tanto feroce interiormente, tanto cruenta nella forma dei Poteri religiosi, nel dirigere un imbrigliamento, duro, ferale, ignorante, grezzo e materialista.

è quasi con una forma ascetica che i F.M. traggono un respiro di aria pura e poi scagliano il loro attacco, in maniera selvaggia e solenne, una forma di manifestazione divina contro ciò che non è corretto, amorfo, brutto, pesante, goffo e malevolo, di quella malevolenza ambigua, bigotta, studiata, premeditata e volgare nella premanazione. 

Quindi come posso rimanere impassibile di fronte a tanta belligerante integrità. Gli assalti continui e continuati come nel caso di “Alkaest “ o “La Torre Di Sette Torri “ non possono esser altro che apprezzati e valorizzati dal sottoscritto, che in ogni sua vocazione ha sempre presidiato quel avamposto al centro dello Spirito, difendendolo strenuamente da quei sordidi e vili oratori di blasfemie. Sono proprio quei tocchi di tastiere che si intravedono immersi nella furia sonica che imperversa a rendermi vivida l’immagine di un Templare che indomabile attacca i suoi beceri e laidi aggressori morali senza tregua, al fine di poter trionfalmente portare Luce nelle tenebre del mondo. Un sorso d’acqua limpida può già considerarsi l’estasi, un congiungimento ideologico, un mantra per cui battersi fino ed oltre i propri limiti.

Si, odo questo in queste note. 

I lidi vocali aspri e le chitarre severe,selvagge, poetiche assieme alla dirompente sezione ritmica della batteria, creano un unicum ricco di sapori forti, ma dai profumi variopinti,un riflesso tenue di una laguna al alba, echi di salsedine e bagliori solari nel suo embrione, un accostamento che viene da associare alle complessità alchemiche. Le metriche del cantato in italiano escono spavalde, fiere, foriere di segreti, di sussurri intrecciati in alcove lacustri, angoli ombrosi ai piedi delle cattedrali “Notre Dame. La Città Gotica“ o dietro maschere incappucciate, pronte al sacrificio massimo “Il Sangue Del Deicidio” pur di mantenere incrollabile la propria fede e fiducia nel Idea e nella Comunione dello Spirito. 

Un alone esoterico, sfiora continuamente quest’opera; è proprio questo che evince lo scopo di “Amphilochia”. La furia ossessiva è un mezzo, uno strumento per la realizzazione di un qualcosa di superiore, una via per il mantenimento attivo di quell’Athanor, che è l’unico mezzo per il raggiungimento del Se e del Sacro.

Se nella parte finale del lavoro gli spaccati di keys escono maggiormente allo scoperto con “Mistica Notte Di Uno Stilita” e “Aghia Sophia”, con quel incedere onirico e mistico, per me è solamente il consolidamento di quanto espresso poc’anzi. 

Quel forte legame verso l’Oriente è un filo d’unione che nuovamente abbraccia lo Spirito e l’integrità mistica che Bisanzio aveva maggiormente conservato nei secoli post caduta del Sacro Romano Impero d’Occidente; una via che Venezia tramite le sue rotte commerciali, ha sempre saputo ben conservare gelosamente, sotto rotoli di tessuti preziosi, nel colore vivace delle spezie, nello scambio proficuo di idee e innovazioni, nei lunghi viaggi, nella voglia di esplorare e nella voglia di ricercare meraviglie degne di pochi. 

…cosi la Quarta Monarchia abbatterà tutte le altre.

Akh

Darkthrone – Panzerfaust – (cd Moonfog Productions 1995e.v.)

1.En Vind Av Sorg 06:21 
2.Triumphant Gleam 04:25 
3.The Hordes Of Nebulah 05:33 
4.Hans Siste Vinter 04:50
5.Beholding The Throne Of Might 06:07 
6.Quintessence 07:38 
7.Snø Og Granskog (Utferd) 04:09

Durata: 39.03

I Darkthrone sono fra gli alfieri di spicco della scena norvegese, partiti come fiero gruppo Death Metal, hanno saputo reinventarsi da alcuni dischi a questa parte nel filone più nero e scarno.

Nonostante le critiche della stampa “specializzata” (produzioni carenti, poca pulizia e brani tecnicamente semplici, sembrano le accuse che vanno per la maggiore) , hanno raccolto enormi consensi fra il pubblico che si nutre seguendo i dettami della fiamma nera; quindi è più che comprensibile l’attesa per questo “Panzerfaust”.

Fenriz pare farla da padrone su questo album, che è il quinto per il Trono Oscuro, che anche in questo caso, si fregia di un contributo lirico da parte del galeotto Varg Vikerness (Burzum) sul brano “Quintessence”.
C’è da notare immediatamente un certo cambiamento nella produzione, che appare da subito piu corposa e scura rispetto a “Transilvanian Hunger”, sempre pero’ risultando ruvida e tagliente, come il gruppo ha intrapreso da un po’ di tempo a questa parte. Medesimo discorso per l’artwork minimale e scurissimo, evocativo e tetro al contempo.

“En Vind Av Sorg” apre le danze con un riffing ispirato e melodicamente freddissimo, su cui un Nocturno Culto canta con cattiveria suprema, con le sue caratteristiche metriche pregne di un asprezza senza fine; a mio avviso uno dei brani piu’ belli che questo gruppo abbia mai partorito e non dubito che diverra’ un pezzo porta bandiera per il genere.

La seguente “Triumphant Gleam” ha un incedere che si ispira nettamente ai seminali Celtic Frost (a cui Fenriz e socio si sono sempre dichiarati apertamente ispirati), sempre pero’ filtrando il tutto per la matrice musicale che il duo norvegese oramai ha saputo ben costruire; mentre “The Hordes Of Nebulah” ha una riff iniziale devastante come tutta la canzone in questione, in cui si evince un’oscurita’ pari alla lentezza del brano, che sfiora ritmiche doom nere come la pece ed appare un timido lead di chitarra, che pero’ sortisce l’effetto desiderato, veramente un gioiello d’arte da cui farsi irretire.

Anche Le seguenti “Hans Siste Vinter”, “Beholding The Throne Of Might” e la già citata “Quintessence”, ripercorrono il medesimo filone delle precedenti songs. Un appunto: da notare che la canzone “Quintessence” abbia in seno molti riff utilizzati nel progetto Storm (chi non possiede il capolavoro a nome “Nordavind”, si flagelli in eterno), che qua comunque vengono appaiati da arrangiamenti assolutamente differenti da “Noregsgard”, con alcune aperture assolutamente malvagie.

La conclusiva “Snø Og Granskog (Utferd)” è un pezzo assolutamente fantastico; dove la tastiera del “Lupo incatenato”, crea visioni epiche e desolanti allo stesso tempo, facendoci ben immaginare il crepuscolo che avvolge sempre più fittamente le foreste gelide del nord, portando la Notte ed il Buio.

Nonostante cio’, che la critica dira’, ennesimo grandissimo disco da parte dei Darkthrone.

Il trono del “True Norvegian Black Metal” è ancora saldamente nelle loro mani!

Akh

Nocturnal Depression/Kaiserreich (Split 7″ – Sounds Of Cold Silence/Wotanstahl Klangschmiede 2010e.v.)

Lato A:

Dead Children – Nocturnal Depression 06.49

Lato B:

Solitudes Of Infinite – Kaiserreich 06.37

Durata:13.26

I 7″ hanno da sempre un fascino magnetico; forse perchè agli albori dei generi musicali piu’ estremi erano il preludio a qualcosa di piu’ sostanzioso, ovvero il full leght, oppure era il vedere la materializzazione di gruppi introvabili, nel piccolo formato vinile presso etichette misconosciute da parte di ascoltatori attenti e vogliosi di confrontarsi con le realta’ underground, a rendere magico tale formato. Non saprei, ma cio’ che mi piace sottolineare è che anche i Kaiserrech ed i Nocturnal Depression non sono restati impassibili di fronte alla possibilita’ di realizzare un 7″ anche in tempi in cui lo “scarico legale e non” di file musicale ha la prevalenza.

I francesi Nocturnal Depression si attestano il lato A, con una canzone che ha nel feeling la sua arma migliore non nascondendo certe loro influenze (Burzum,Bathory in primis) che pero’ vengono riviste e piegate ad una interpretazione personale seppur ortodossa, il brano si attesta su un midtimes dall’incedere vagamente epico con un arpeggio distorto che rende l’atmosfera sognante (aggettivo che a mio avviso lega i due pezzi all’interno di questo lavoro), una lieve accelerazione scuote i nervi dell’ascoltatore per far da preludio ad un stacco ben congeniato in cui il basso esce in maniera prepotente in cui mi viene richiamato alla mente i primissimi Fleurety, per asprita’ dell’apertura (vocale in particolar modo) che viene modellata da un affievolirsi ritorno alla melodia, in cui l’assolo finale ci spinge verso la fine della canzone in maniera quasi lieve.

I nostrani Kaiserreich si aggiudicano il lato opposto, anche smaniosi di potersi mettere in discussione dopo il già ottimo “KRRH”.

Il brano si presenta atipico fin dall’arpeggio iniziale che mi riporta alla mente il mai troppo osannato “Always…” degli olandesi The Gathering, percio’ un atmosfera dilatata e onirica ci si para davanti, sensazione che perdura anche dopo che il gruppo irrobustisce la proposta, che a tratti si affianca anche a certe soluzioni care ai vecchi Katatonia per indice melodica e viscerale.


Il brano gode di ottima fattura, è pone subito l’accento sul fatto che i Kaiserreich non abbiano nessuna voglia di autoclonarsi o restare al palo delle loro influenze, sperimentando idee nuove al loro stile ed a certe insinuanti voci di Darkthrone dipendenza (riuscendoci pienamente).


Questo lato piu’ riflessivo dei Kaiserreich (nonostante la voce di Serpent Est sia sempre molto aspra e tirata) non fa’ che ampliare la mia curiosita’ sul lavoro in prossima uscita’ ,ma intanto mi fa’ valutare piu che positivamente l’operato fin qui ascoltato.

Due brani dal sapore sottile e impalpabile a tratti, non so’ quanto possano essere episodi legati a questa esperienza, oppure se realmente entrati a far parte dei cromosomi dei due gruppi, fatto sta che sia un onesto lavoro fatto per regalarsi in primo luogo una scheggia di magia ed in tempi assolutamente sospetti come questi non è assolutamente poco.

Akh

Perdition – Antihuman Divinity (mcd – Putrid Prophet Productions 2007e.v.)

1. Total Massmurder 04:41
2. Genocide Sodomy 02:37
3. Ostateczne Rozwiązanie… 03:55
4. Incantated Selfdestruction 04:51
5. Warfare (Zyklon-B cover) 07:49

Durata:23:55

Mi ritrovo a recensire il lavoro di questi ragazzi polacchi i Perdition, che ben riescono nell’impresa di confezionare un lavoro assolutamente valido, sia in sede di registrazione che in sede di songwriting dei pezzi.

I brani pur non inventando niente di nuovo, alternano parti piu selvagge ad altre piu lente e pesanti in cui le blasfeme liriche si rivoltano contro l’umanita’ intera e il “suo creatore”, in cui l’artiglieria continua imperterrita il suo incedere asfissiante.


Suoni carichi ed affilati sono il bombardamento con cui i Perdition ci accompagnano per i circa 24 minuti del loro Black/Death in cui ogni tanto fanno capolino influenze varie, dai Morbid Angel ai Mayhem fino agli Zyklon B, di cui ritroveremo una cover in chiusura; con questi nomi saprete già che non ci sara’ il minimo spazio per melodie ed orpelli vari, ma tutto il mdc si svolge fra tempi veloci paragonabili a V-2 e break pesanti come panzer a pieno regime; ne sono degni esempi “Total Massmurder” e ” Genocide Sodomy”, mentre “Ostateczne Rozwiązanie…” vi spiazzera’ per la sua monoliticita’, che a volte mi riporta alla mente gli austriaci Endstille.


La cover degli Zyklon B ben viene personalizzata e se non conoscessi a memoria tale progetto,mal si direbbe che non sia pane di questo combo polacco.

Un mcd che puo’ fare felici i cultori del War Black/Death Metal, per la sua ortodossia al genere, ad altri magari consiglio di ascoltare le cannonate dei Perdition per capire come la frangia moderna di questo movimento si evolve.

Akh

Marduk – Wormwood – (Regain Records 2009e.v.)

1.Nowhere, No-One, Nothing 03:19 
2.Funeral Dawn 05:51 
3.This Fleshly Void 03:06
4.Unclosing The Curse 02:15 
5.Into Utter Madness 04:56 
6.Phosphorous Redeemer 06:11
7.To Redirect Perdition 06:41 
8.Whorecrown 05:29 
9.”Chorus Of Cracking Necks” 03:47 
10.As A Garment 04:17

Durata: 45:59

Tornano all’assalto i Marduk con il loro nuovo “Wormwood”, dell’epoca della “La Grand Dance Macabre” è rimasto il solito Hakansson; ma quanto mai come in questo album si avverte odore di cambiamento, dai suoni proposti, ai pezzi, allo spessore che si avverte nelle strutture, alla produzione, un cd in cui si evince immediatamente che l’aria all’interno del combo svedese è cambiata.

Questo disco è indubbiamente molto più ragionato rispetto all’ultima epoca in cui presiedeva Legion, in cui i nostri avevano avuto un crollo compositivo davvero stagnante: qua viceversa si torna ad annusare zolfo e a vedere vivide le fiamme dei gironi infernali, grazie a pezzi che ben si amalgamano fra parti veloci e stacchi di basso (messo ben in evidenza in moltissime parti), basti ascoltare le prime due canzoni del lotto “Nowhere, No-One, Nothing” e “Funeral Dawn” per capire la direzione intrapresa.

“Funeral Dawn” in particolare mi ricorda molto da vicino certe soluzioni degli ultimi Funeral Mist in cui Arioch/Moortus prende in mano le redini della composizione donando quegli arrangiamenti dal sapore mistico e demoniaco che tanto hanno avvinto nell’ultimo “Maranatha”.

Non mancheranno comunque pezzi piu’ Marduk oriented votati alla distruzione con “This Fleshly Void”, “Phosphorous Redeemer” e “Whorecrown” quest’ultima con un inizio dissonante ed ipnotico unito alla violenza di tempi sparati in blast beat, che mi ha piacevolmente sorpreso; come sorpreso sono rimasto da pezzi lenti e cadenzati pesi come lastre mortuarie, in cui le anime dannate esprimono i loro lamenti eterni sottoforma di “Unclosing The Curse” e “To Redirect Perdition” e “As A Garment”.

Altra cosa da menzionare è che, finalmente, questo pare essere un disco scritto da un gruppo e non da un singolo elemento a favore della varieta’ compositiva, ne risulta quindi, indubbiamente piu’ efficace ed espressivo, donando agli svedesi in questione un apertura artistica che fino a pochi album fa era impensabile, vedete come esempio “Into Utter Madness”, in cui è tutto il gruppo a far girare il brano in questione, con una chiusura di basso assolutamente inedita per Hakansson e soci, stesso vale per “Chorus Of Cracking Necks”.

Per certi versi questo album mi ha fatto tornare in mente il periodo di “Opus Nocturne”, per il suo voler valorizzare piu’ il lato atmosferico e blasfemo rispetto a quello piu’ devastante e violento del gruppo, ridando un alone mortifero e letalmente maledetto alle nuove composizioni.

Un lavoro ben composto e amalgamato che ci ridona i Marduk su livelli d’eccellenza, in cui i nostri ritornano a respirare e farci assaporare i fetori maleodoranti delle lande piu’ demoniache: gli stagni compositivi sono un mero ricordo oramai!

Akh

44-86292 – M.A.H. Corporation (Cdr 2009e.v. D.N.A.Record)


1-Wow! (J. R. Ehman) 1:24
2-Radiotelescopes Corp. (Experimental Alien Autopsy)4:35
3-Chemical Industry (Unstructured Biological Sequence)4:46
4-Aerospace Consortium (Cape Canaveral Explodes)5:52
5-Gasmask Syndacate (Spot Song) 5:38
6-Aerospace Consortium (Superfortress B29) 7:14
7-M.A.H. Corporation (Mushrooms Against Humans 3:05
8-Radiotelescopes Corp. (Alien Boogie Boogie) 5:19

Durata: 37:00

44-86292 è un progetto particolare,nato da una scintilla di violenza folle,non tutti si potranno avvicinare a questo gruppo,data la loro volontaria azione di decostruire gli stereotipi oramai radicati nella musica estrema,rendendo il tutto piu vivo e indigesto,e dar significato a cosa significhi ascolto “Estremo”.

Il lavoro inizia con “Wow!”,un semi intro,dove il campionamento di telescrivente e voce rende subito pulsante il suono e ci fa’ immettere immediatamente in questa realta,che come si sviluppera’ nel proseguo del concetto dell’album,ci renderemo conto essere pura finzione.

il pezzo seguente a mio avviso,è il migliore che i 44-86292 abbiano mai realizzato.
Un pugno diretto in pieno volto,tempi cibernetici e sintetizzatori creano una furia Synth Black Metal,degna di un lavoro dei Diabolicum piu sintetici,una devastazione sonora che mi ha totalmente avvinto.
Con la seguente “Chemical Industry”,i nostri incominciano a tirar fuori gli artigli della loro opera piu deviata e mortifera,per chi come noi è abituato a strutture precise e scandite.


Una sequenza violentissima di beats travolge l’ascoltatore cercando (come sara’ per la totalita’ del disco,di non concedergli nessun appiglio ad esperienze musicali preconfezionate),la sua destabilizzazione.

Piu volte mi è venuto in mente come parallelo Joey Hopkins Midget Factory,questo lo dico per facilitare la visualizzazione di questo parto impazzito.
Nel succedersi dei pezzi centrali,è il gioco ed il sarcasmo a farla da padrone, la violenza diviene mentale,non piu comandata da ritmi impazziti e uscite totalmente “rumorose”.


Vi ritroverete a trovar ritmi latini,su pianole infantili,sigle di Giochi elettronici,campionamenti di film,Campionamenti da librettini d’auguri,appena rovinati da inserti elettronici.
Qua si riapre il discorso fatto poco piu sopra:
Il rendere indigesto,odioso,insopportabile,cio’ che abitualmente viene considerato intrattenimento e divertimento;una critica fortissima a cio’ che l’uomo reputa fondamentale oggigiorno,trasportando la forma divertimento,in forma di violenza concettuale/acustica.

La chiusura del disco si riappropria di sensazioni Noise miste a tratti a soluzioni Dark Ambient,anche se il ritorno a sonorità piu consonamente violente.
L’ascoltatore non avvezzo trovera’ ennesimo pane per i suoi denti.


L’ultima traccia,ci regala l’unica nota umana del disco,una voce in screaming ,fa da contraltare ad una batteria tiratissima,mista ad una melodia da video games,per ritornare in chiusura al Dark Ambient piu puro e nero.

Un Lavoro che non sara’ facile da ascoltare al 99% degli utenti,ma che ne illuminera’ i limiti,nel comprendere cosa possa significare essere estremi.
Un disco indubbiamente difficile,artigianale,Lo-Fi,che pero’ puo’ aprire nuovi orizzonti a chi sapra’ ascoltarlo!

Da menzionare che l’artwork è totalmente assemblato con carta da bambini…(Mushrooms.Agains.Humans.).

Akh

Handful Of Hate – You Will Bleed (Cruz Del Sur – 2009e.v.)

1. You Will Bleed 05:01 
2. The Pest’s Son 05:32 
3. Bliss Between Thorns 03:47
4. I Gave You Scars 05:26 
5. Earthly And Crawling 03:57 
6. The March Of Hate 04:21
7. Between Pain And Perdition 04:23 
8. The Fault To Exist 03:07 
9. Extremism Made Fire – Cholera! 04:07

Durata: 39:41

A tre anni di distanza si ripresenta una delle leggende della musica estrema Italica, gli Handful Of Hate con un disco e una formazione nuova di pacca.


Sin dall’inizio si riconosce immediatamente il marchio di fabbrica dei HOH, ma si percepisce uno spirito diverso, da una parte che oltrepassa i propri limiti, dall’altra che va a recuperare certi frangenti piu’ BM old school (soprattutto nelle partiture acute di chitarra, ripescando certi legati di inizio ’90).


La produzione è divenuta piu’ secca rispetto agli ultimi lavori, maggiormente tagliente, affilata, registrazione avvenuta per la quasi totalita’ negli studi di Deimos (il nuovo chitarrista e bassista in sede di registrazione, del gruppo) ottimo nel saper dirigere sia le parti strumentali, sia le parti di produzione e si avverte la voglia di tirar fuori qualcosa di indipendente e totalmente sotto controllo, qualcosa su cui porre la propria rinascita al 100%.


“You Will Bleed” è uno dei pezzi piu belli finora composti dal combo toscano, dove una raffica dalla violenza paurosa vi investira’ senza scampo, ma la cosa interessante è il dinamismo che tutto il pezzo e l’album intero emanano, un’arma in piu’ che si aggiunge per raggiungere traguardi musicali davvero notevoli.


Nonostante la ferocia sia uno dei marchi di fabbrica (vedi anche “The Pest’s Son”), gli HOH non si limitano a spingere sull’acceleratore unicamente, ma le strutture dei pezzi si rendono piu complesse (“Bliss Between Thorns” e “Between Pain And Perdition”) grazie anche a ritmi piu’ cadenzati, che colano violenza ed incitano ad un headbanging continuo come in “March Of Hate”, fino a farmi pensare a passaggi tecnici quasi al limite del progressive estremo, che sicuramente diviene una carta in piu’ da spendere anche in sede live, dove questi brani sicuramente faranno strage.
Il riffing (fanno apparizione parti piu’ complicate e dissonanti) sempre ispirato e tecnico fa da contraltare ad un’ottima prestazione del nuovo batterista Andrea Bianchi, che se ancora non eccede in pura velocita’, sa inventare passaggi eccellenti e rende una prestazione encomiabile per precisione e controllo.


Un album ben calibrato, ricco di sfumature ed al contempo un album pienamente Handful Of Hate, cosa di cui i seguaci di questa band, non potranno che gioire, perche’ se credevate che gli HOH fossero morti e sepolti, con questo ritorno sono risorti dalle loro ceneri e vi accecheranno e dilanieranno come non hanno mai fatto, parola di Nicola Bianchi.

Akh

Le luci dell’estate stanno divenendo fioche…

La Cripta sta per riaprire le proprie metifiche porte verso vecchie e nuove malevole oscurità.

Le ali notturne sbattono fioriere di terrori senza nome e senza tempo, Aizzate da un vento arcigno che fa cigolare un vecchio e rugginoso cancello al limitare di un cimitero in vetta ad una collina abbandonata…

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